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Quello che ho capito diventando mamma

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Il mio nome è Daniela, ho 33 anni, sono mamma di tre splendide creature Giorgia, Gabriele e Gaia. Sono una facilitatrice emozionale a livello familiare, ossia mi occupo di riportare serenità nelle relazioni tra genitori e figli.

Con il Cuore sento di dirvi che la mia vita ha iniziato ad avere un senso profondo da quando è nata Giorgia, la mia primogenita. Prima della sua nascita lasciavo scorrere i giorni, uno dietro l’altro impiegata ad un lavoro monotono e ripetitivo, esattamente come erano i giorni della mia vita: monotoni e ripetitivi. Non si può dire avessi una brutta vita, semplicemente non sapevo assaporarla.

11011179_681174465346959_388817159918960616_nCon questo non voglio dire che senza figli la vita sia noiosa, dico che PER ME, i miei figli sono stati il mezzo attraverso il quale sono arrivata ad avere una consapevolezza maggiore di me e della vita in generale. Ho imparato ad ascoltare quella parte profonda di me, quella parte più istintiva, quella parte guidata dal Cuore. Mi sono sentita parte di un sistema mamma-figlio, in cui sentivo di avere un ruolo di forte responsabilità, dal quale dipendeva la mia felicità e quella dei miei figli. Sentivo l’amore che mi gonfiava il petto e sapevo di doverlo convogliare, per farlo arrivare dritto al Cuore dei miei figli. Ricordo che la sensazione più “strana” appena tornata a casa dall’ospedale con Giorgia, a tre giorni dalla sua nascita, fu che da quel momento un esserino dipendesse da me, dalle mie azioni, dal mio senso materno, dalle mie cure e dalle mie parole. Mi ero laureata in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione anni prima, nella teoria sono sempre stata molto brava, ora si trattava di mostrarmi altrettanto brava nella pratica. Il mio obiettivo fin dai risultati positivi del test di gravidanza, fu, come quello di qualsiasi mamma, di poter crescere dei bambini sereni e di non ferirli emotivamente per mancanza di “tatto”; fare in modo che i miei schemi da adulto non si ripercuotessero sul loro sereno sviluppo. Ho capito che era basilare ritrovare “contatto” con la mia parte bambina, di rimettermi nei panni di Daniela bambina. Che cosa mi aveva ferito? Quando non mi sono sentita capita? Cosa invece mi aveva reso felice? Quali episodi positivi nella mia infanzia sono rimasti indelebili nella mia memoria e perché? Cosa avevano fatto i miei genitori per farmi sentire amata?

Osservavo che già solo la mia presenza rendeva i bambini felici, ma volevo che il mio fosse un vero “esserci”: con il cuore e con la mente. Con amore, con rispetto, e consapevole di ciò che trasmettevo anche a livello subconscio. Sentivo il bisogno di lavorare su di me, di eliminare quei condizionamenti che non mi permettevano di esprimere all’esterno, la persona che sentivo di essere dentro. E così iniziò il mio percorso di rinascita e poi di crescita.

Vivendo in una società centrata sull’adulto, egoista, razionale e lontana dal dare valore alle emozioni, in cui spesso i bambini sono considerati solo “di contorno”, e da qualcuno persino fastidiosi, rumorosi e collocati in strutture il cui scopo è “farli stare buoni”, mi resi conto che era necessario cambiare prospettiva. Ho compreso che i bambini sono individui che meritano rispetto tanto quanto gli adulti (se non ancora di più in quanto esseri in formazione!), e ho fatto mia una visione centrata sul bambino, basata sull’amore, sulla tenerezza, sulla comprensione delle sue esigenze più profonde, sull’imparare a comunicare emotivamente e a parole con i nostri figli. Non si tratta di annientarsi come adulti. Niente affatto. Si tratta di crescere, di imparare da loro. Di riscoprire parti di noi sepolte nel nostro essere adulti, di lavorare sulle nostre emozioni. Riscoprire la gioie e l’amore, quello vero. Non ho mai imparato tante cose su di me, così come ne ho imparate da quando sono mamma. Vedo dinamiche comportamentali, reazioni emotive, richieste di attenzione, bisogno di amore che io stessa esprimevo con i miei genitori. I miei figli sono il mio specchio. Osservando loro e osservando i miei comportamenti nel mio quotidiano con loro ho modo di crescere e di migliorarmi giorno per giorno. Ecco un altro punto fondamentale: ho capito di dover accettare i miei errori e prenderli come punto di partenza per migliorarmi.

Ho imparato a dare retta al mio istinto. Piano piano ho capito come sintonizzarmi con i miei figli. E non vi è un modo univoco per tutti. Ogni figlio è diverso, ogni figlio rispecchia qualcosa di diverso di noi, e i modi per entrare in contatto con ogni figlio sono diversi dall’uno all’altro. Ho imparato a conoscerli e a conoscermi e a sintonizzarmi con il cuore di ognuno di loro, che risponde in maniera differente uno dall’altro.

Ho imparato ad ascoltarmi. Ad ascoltare le mie emozioni, i miei pensieri, i miei dubbi e le mie certezze.

Con mio marito Federico ho scritto il libro “Genitori al Contrario”, (a questo link puoi scaricare un estratto gratuito) in cui sono racchiusi gli strumenti che abbiamo incontrato nel nostro percorso di crescita come individui e come genitori, con la forte spinta che potessero servire a genitori in evoluzione come noi.

Per conoscermi meglio ti consiglio di vedere questo video https://www.youtube.com/watch?v=M-Yr-uEHyHg, in cui esprimo l’essenza della mia visione, e che cosa significa essere Genitori al contrario, che non è andare contro qualcosa, ma verso una nuova direzione…mano nella mano con i nostri figli.

Daniela

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Permetti a tuo figlio di esprimersi al 100%

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In questo articolo scoprirai:

  • Perché abbiamo una visione miope dei nostri figli
  • Perché il nostro impegno nel modificare questa visione è così importante per loro
  • Quali opportunità perdiamo nel mantenere il nostro attuale punto di vista

Prima di diventare padre nel 2009, vivevo la mia vita facendo scorrere i giorni all’interno della routine quotidiana. Mi alzavo la mattina per andare a lavorare presso il call center in cui lavoravo dal 2005, scambiavo alcuni pensieri con Daniela prima di partire cercando di organizzare al meglio che potevo la giornata, poi

45 minuti di macchina in mezzo al traffico, ricerca del parcheggio, bollatrice, prime 4 ore di lavoro.

A quell’epoca, dopo tre anni di onorato servizio in cuffia (cioè a rispondere al telefono), ero diventato assistente di sala (ciò che allora credevo un traguardo di tutto rispetto) e svolgevo il mio lavoro aiutando i ragazzi al telefono nei casi più complicati. Pausa pranzo, altre 4 ore di lavoro, bollatrice, 45 minuti di traffico, casa, cena, tv, letto… Le mie giornate scorrevano come su una scala mobile diretta verso il basso.

Ti riporto una storiella che, un funzionario asiatico dell’ONU in visita presso l’università di Torino, raccontò ai ragazzi presenti in aula mentre ancora frequentavo le lezioni. Per qualche motivo questa storiella mi rimase impressa, ma il perché lo capii solo qualche anno dopo. La storiella che ti racconto riguarda una rana, ed è stata scritta da Noam Chomsky, filosofo contemporaneo americano. Il titolo è “La storiella della rana bollita”

Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana.

Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare.

La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.

L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.

Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

Questa storiella ci mette in guardia rispetto al brodo in cui viviamo tutti i giorni. Potremmo non accorgerci del fuoco che sta facendo aumentare la temperatura dell’acqua fino a farci bollire.

La nascita di Giorgia ha letteralmente cambiato la mia vita. Da un profondo addormentamento chiamato normalità, è stata la prima dei miei figli ad alzare talmente alto il fuoco sotto la pentola, da farmi capire che stavo per fare la fine della rana.

Il diventare padre mi spinse a farmi delle domande sul reale scopo della vita ed iniziai a studiare alacremente, come se ancora fossi all’università e dovessi sostenere degli esami. Più studiavo e più capivo l’importanza di ciò che stavo apprendendo. Iniziai a conoscere meglio la fisiologia del mio corpo fisico ed energetico, il funzionamento del cervello e come attraverso questo creiamo la nostra realtà. Iniziai a studiare la psicologia energetica e l’alchimia trasformativa, ma soprattutto iniziai ad osservare, osservare ed ancora osservare. Osservavo me stesso, le mie emozioni, e i miei pensieri. Osservavo le mie reazioni, osservavo me stesso con me stesso e me stesso in mezzo agli altri.

Ed insieme a Daniela iniziammo ad verificare come Giorgia e Gabriele, che nel frattempo era comparso nelle nostre vite, crescessero anche in base alla nostra crescita interiore, e che i loro comportamenti facessero da specchio perfetto delle nostre abitudini, emozioni, paure, intenzioni.

All’interno del libro ”Genitori al contrario”, che puoi trovare in tutte le librerie se non l’hai ancora letto, spieghiamo nel dettaglio i principi di questa visione ribaltata della realtà, per cui guardando attraverso gli occhi di tuo figlio puoi imparare ad esprimere il meglio di te come genitore.

In questo bonus voglio utilizzare questo principio per approfondire insieme a te un’altra verità a cui ci siamo trovati di fronte: vediamo i nostri figli attraverso le nostre percezioni , ossia le nostre percezioni determinano il modo in cui vediamo i nostri figli.

Le nostre percezioni sono principalmente generate dalle nostre convinzioni, ossia idee ed opinioni che ci facciamo su come funzionano le cose, su cosa succede se capita X, sul significato di Y e sui motivi per cui si verifica Z.

Le convinzioni inoltre si differenziano dalle idee e dalle opinioni, per la loro marcata resistenza al cambiamento, e si formano perché la nostra mente ha la necessità di costruirsi delle certezze sulle quali prevedere il futuro.

Le convinzioni sono le Regole attraverso le quali interpretiamo le informazioni che ci arrivano dalla nostra realtà esterna. Di conseguenza la visione che abbiamo della realtà esterna è determinata da queste Regole. Le nostre percezioni, ossia il nostro personale modo di vedere la realtà, sono determinate dai nostri schemi mentali. Le cose possono sembrarti in un certo modo, ma questa percezione non corrisponde necessariamente a ciò che sono davvero.

La percezione che noi genitori, abbiamo dei nostri figli, è determinata dalle nostre convinzioni quindi, regole apprese durante la nostra vita.

Le Convinzioni sono il cuore del nostro sistema di pensiero, sono la base nel nostro modo di affrontare la realtà e di reagire alle cose, e possono in parte avere origine dalle esperienze che hanno plasmato i nostri modelli mentali inconsci; possono quindi esercitare i loro effetti anche al di fuori della nostra consapevolezza.

Oltre alle convinzioni, le nostre percezioni sono determinate da:

EPIGENETICA

VALORI

MEMORIE, TRAUMI E FERITE

APPRENDIMENTO VOLONTARIO

ATTENZIONE

 

Lavorando in diversi modi su ognuno di questi punti, potrai modificare la percezione che hai dei tuoi figli, renderla sempre più pulita e libera e permettere a te e a loro, di vivere la vita per le straordinarie persone che siete.

Per essere più chiaro e spiegarti come avviene il processo, userò una metafora legata alla musica

Quando un chitarrista pizzica una corda, questa vibra ad una certa frequenza e crea un’onda sonora. Questa, viaggiando attraverso l’aria, arriva all’orecchio, dove migliaia di cellule cigliate responsabili di una nuova traduzione dei suoni, da vibrazioni a impulsi elettrici, tramite delle sottili fibre nervose, arrivano all’area uditiva del cervello, dove finalmente si ha la vera percezione dei suoni.

Insomma, tutto quello che noi sentiamo lo possiamo ascoltare perché qualcosa sta vibrando e sta creando onde sonore.

Le vibrazioni sonore percepibili dall’uomo si collocano a frequenze comprese tra i 15 e i 20.000 hertz. Anche se ufficialmente l’udito dell’essere umano si estende fino a 20000 Hz, in realtà solo i bambini e i ragazzi possono realmente sentire così in alto. Fattore principale per la minore percezione delle alte frequenze è la progressiva abitudine verso queste vibrazioni che si ha con l’avanzare dell’età

Il significato del termine “suono” è però stato esteso dai fisici moderni anche a fenomeni ondulatori che si verificano in campi di frequenza situati al di fuori del campo di udibilità dell’orecchio umano ed in particolare ai suoni di frequenza superiore ai 20.000 hertz, che sono detti ultrasuoni. A caratterizzare in modo decisivo la differenza di percezione fra i vari suoni è il funzionamento del nostro sistema uditivo: il nostro udito è molto performante alle frequenze medio/alte (500 – 5000 Hz) mentre degrada sugli estremi di banda.

 

Perché ho usato questa metafora? No, non mi sono fumato il cervello. Era importante mostrarti a livello scientifico come in base alla nostra capacità sensoriale possiamo sentire solo fino ad una certa frequenza. Ripeto, in base alla NOSTRA capacità sensoriale, non in base a quello che si trova all’esterno. Nell’etere ci sono infinite frequenze, ma siamo noi a percepire solo una determinata banda in base alle nostre capacità. I delfini riescono a percepire ed emettere ultrasuoni che noi non riusciamo a sentire.

Veniamo al dunque.

La prima fondamentale conseguenza è questa:

Immagina che tuo figlio abbia un potenziale diciamo di 100 e tu riesci a percepire 50, vedrai in tuo figlio solo il 50% delle sue potenzialità, allo stesso modo in cui non riesci a sentire suoni ad una frequenza troppo alta o troppo bassa rispetto a quello che ti permettono i tuoi sensi. Funziona così per ogni situazione o relazione, ma a te interessa in relazione a tuo figlio. Il suo reale potenziale è distorto da una tua incapacità percettiva!

Tu potrai ribattere che noi non determiniamo il futuro dei nostri bambini, perché loro sono esseri a se stanti e meravigliosi. E anche questa è una sacrosanta verità.

Leggi però cosa dice Bruce Lipton, biologo americano e scrittore del best seller “La biologia delle credenze

“Devi sapere che peri primi 7 anni nella vita di un bambino il cervello non opera con la mente conscia. Le funzioni celebrali di un bambino di meno di 7 anni non operano con la mente conscia e creativa. Succede solo dopo i 7 anni. Ma per i primi 7 anni di vita il bambino è come sotto ipnosi. Osserva il padre e la madre, la sua famiglia apprendendone i comportamenti, pensate che li capisca? No, si limita a registrarli come una videocamera, osserva e scarica i comportamenti. Impara come comportarsi osservando le altre persone. I programmi che il subconscio registra nei primi 7 anni non vengono dalla mente conscia.

In quei 7 anni si apprende il concetto di identità. chi sei tu? Chi sono io?

Come faccio a sapere chi sono io o chi sei tu?

E indovinate cosa succede in quei primi 7 anni? Sono gli altri a dirci chi siamo.”

Ma non è finita qui:

Gli scienziati, per primo il fisico John Wheeler, hanno dimostrato che anche se è possibile credere di stare solo osservando il mondo circostante, in realtà è impossibile limitarsi semplicemente ad osservare. Indipendentemente dal fatto che la nostra attenzione si concentri su una particella quantistica durante un esperimento in laboratorio o su nostro figlio, nutriamo delle aspettative, convinzioni e credenze su ciò che osserviamo. Attraverso l’osservazione entriamo a far parte di ciò che stiamo osservando e lo modifichiamo.

Ecco quindi la seconda conseguenza fondamentale:

In base alle nostre percezioni educhiamo i nostri figli e ci creiamo delle aspettative nei loro confronti, e loro determinano la loro personalità in base a questo!!

I bambini per essere accettati e approvati si adattano alle nostre percezioni fino a quando queste si cristallizzano e diventano abitudini.

Hai capito bene. I bambini scendono dall’olimpo per venire sulla terra, ossia passano da una realtà in cui tutto è possibile ad una in cui si è obbligati a crescere all’interno di schemi predefiniti, solo perché noi li obblighiamo a scendere, pena non essere amati, accuditi ed ascoltati. Si adattano alla nostra visione rispetto a loro, e all’ambiente circostante. Si adattano alla nostra visione della vita. Il bambino per capire chi è e cosa può fare, deve affidarsi agli adulti che gli spiegano come vanno le cose e le “regole per stare al mondo”. Sarà proprio sulla base di questi insegnamenti che il bambino si potrà formare una idea di sé… idea comunque inevitabilmente influenzata da chi gli racconta la storia della sua vita!! In attesa di capire chi è e chi potrà diventare, nel dubbio il bambino si fa influenzare dalle profezie degli altri, che un po’ alla volta plasmano la sua identità. Tutto questo in maniera automatica.

Riepiloghiamo:

Premessa: vediamo i nostri figli attraverso le nostre percezioni, ossia le nostre percezioni determinano il modo in cui vediamo i nostri figli.

Prima conseguenza: se tuo figlio ha un potenziale di 100 e tu riesci a percepire 50, vedrai in tuo figlio solo il 50% delle sue potenzialità

Seconda conseguenza: in base alle tue percezioni educhi i tuoi figli e ti crei delle aspettative nei loro confronti, attraverso le quali loro determinano la loro personalità

Quanto è importante a questo punto lavorare sulle tue capacità percettive e permettere a tuo figlio di esprimere le sue infinite potenzialità?

Ma c’è ancora di più.

Quale enorme possibilità di salire verso l’olimpo stai perdendo? Quali tue potenzialità puoi ancora scoprire e manifestare grazie a tuo figlio?

Dall’ alto della loro massima espressione, i nostri figli vedono tutte le nostre potenzialità e potrebbero rimanere delusi per la nostra mancanza di impegno nel raggiungere il loro livello.

Tuo figlio sta alzando il fuoco sotto la pentola per permetterti di saltare fuori e realizzare te stesso e tutto ciò che hai sempre solo sognato. Stai in campana!

Ok, forse può sembrarti molto romanzesco tutto questo, ma anche fosse così, è un ottimo spunto dal quale partire per dare il meglio di te ogni volta che ne hai la volontà, consapevole che trasformando le tue credenze e convinzioni su come va il mondo, cambierai la tua realtà e quella di tuo figlio.

Ti è piaciuto l’articolo?

Inserisci la tua e-mail qui sotto e scarica il video bonus gratuito “Come le percezioni determinano il futuro dei tuoi figli”. Ti verrà inviato nel giro di pochi minuti.

 

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Per fortuna i nostri figli fanno il contrario di ciò che gli diciamo

 

Molti genitori guardando questo video avranno pensato quanto sia vero tutto quello che mostrano le immagini, ossia che il bambino apprende dal comportamento del genitore. Ma allora perché gli stessi genitori si lamentano che i loro figli, a qualsiasi età, si comportano in modo completamente opposto a quello che gli viene detto, e che questo sia un gran problema? A mio parere questa è una visione miope della relazione genitore-figlio.

PERCHE’ QUESTO VIDEO NON TI RIGUARDA?

So che questa domanda può sembrare strana, ma se ci pensi bene chi ha la capacità di riflettere sulle immagini che scorrono in questo video, difficilmente attua molti dei comportamenti estremi che vengono mostrati nel filmato. O meglio, coloro che attuano questi comportamenti difficilmente riflettono sulle conseguenze delle proprie azioni. Dato che tu fai parte del primo gruppo di persone, questo video non ti riguarda.

PERCHE’ QUESTO VIDEO TI RIGUARDA?

Ora ti sentirai un po’ confuso. Ma ora ti spiego perché queste immagini riguardano anche te.

Le neuroscienze hanno ormai dimostrato che le nostre azioni sono dettate per il 95% dalla sfera della nostra mente che viene definita subconscia. Una parte della nostra mente che si manifesta in maniera automatica secondo schemi prestabiliti ed appresi durante la nostra vita, in particolare durante la nostra infanzia. Questi schemi riguardano tutti i campi della nostra vita quotidiana e hanno determinato il nostro livello di autostima, la nostra capacità di relazionarci con le persone e con le situazioni, la nostra capacità di risolvere problemi e trovare soluzioni, ossia la nostra capacità di adattamento all’ambiente in cui siamo cresciuti. E’ il funzionamento naturale della nostra mente e da qui non si scappa.

Anche la mente dei nostri figli funziona nello stesso modo, per cui da bambini hanno appreso comportamenti che nella maggior misura derivano da ciò che hanno vissuto in famiglia. Ecco perché è molto importante, che il genitore adotti dei comportamenti coerenti con quello che vorrebbe che i figli facessero. Se avessi una telecamera puntata verso di te, ti comporteresti allo stesso modo? Ecco perché questo video ti riguarda.

Ma allora perché molti genitori, e forse anche tu, continuano a lamentarsi che i figli fanno l’opposto di quello che gli viene detto?

PER FORTUNA, I NOSTRI FIGLI FANNO IL CONTRARIO DI CIO’ CHE GLI DICIAMO

Gabriele, che ha quasi 5 anni, spesso decide di non ascoltare ciò che dico. E non raramente capita che arrivi a dirmi a muso duro “Non ti ascolto” girando la testa dall’altra parte. Sarà capitato anche a te di esserti trovato di fronte ad una situazione simile. Succede a tutti i genitori, più o meno quotidianamente. Immagino che anche tu come me, a quel punto ti sia trovato in balia di una delle tue emozioni più forti: la rabbia.

Ma se è vero tutto quello che hai letto dall’inizio dell’articolo, perché ci arrabbiamo tanto con i nostri figli?

Questa è la conclusione a cui siamo arrivati Daniela ed io e che puoi approfondire nel nostro libro Genitori al Contrario (puoi scaricare un estratto qui): i figli riflettono le parti nascoste ed inespresse di noi. Tutto ciò che noi abbiamo rifiutato e non accettiamo di noi stessi viene manifestato dai nostri figli.

In pratica i nostri figli fanno:

  • ciò che noi abbiamo rifiutato di fare
  • ciò che vorremmo fare ma non ci permettiamo
  • tutto quello che non ci è stato permesso di fare da bambini…e questo fa tremendamente arrabbiare quella parte invidiosa del nostro bambino interiore.

Grazie a loro vengono quindi messe in luce parti di noi che da soli non saremmo riusciti ad osservare.

COSA POSSO FARE?

Immagino che questa domanda sia sorta spontanea. La soluzione più efficace che ho trovato è quella di sforzarmi di osservare sempre di più le mie emozioni e le mie reazioni che derivano da un comportamento che non accetto in mio figlio ed annotarle sul mio diario (anche queste strategie vengono approfondite nel libro) Questo mi ha permesso di accettare molti dei comportamenti dei mie figli e smettere finalmente di arrabbiarmi con la mia immagine riflessa allo specchio.

Per approfondire questi aspetti insieme ad altri genitori che come te sono costantemente al lavoro per il loro miglioramento ti aspettiamo il:

7 novembre a Ciriè (TO) alle ore 21 presso Casa Arcobaleno – Incontro con gli autori

13 novembre a Bassano del Grappa (VI) alle ore 20,45 presso l’ Hotel Belvedere – Incontro con gli autori

22 novembre a Torino in Via San Domenico 16 alle 17, – performance teatrale Live! Playback Theatre “Divenire Genitori al Contrario”, messa in scena dai Become.

27 novembre a Milano alle ore 20,45 presso l’Hotel Ibis Milano Centro – Incontro con gli autori

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Fai riaffiorare il tuo bambino interiore

PER FAR RIAFFIORARE IL TUO BAMBINO INTERIORE …GIOCA CON TUO FIGLIO!

Spesso durante le consulenze rivolte ai genitori mi capita di suggerire alle mamme e ai papà di ritrovare il loro bambino interiore. Stabilito il contatto è di gran lunga più facile capire e rapportarsi in maniera positiva e costruttiva con i propri figli.

Ma chi è questo famoso bambino interiore?

Carl Jung lo aveva chiamato il “Bambino Divino” e rappresenta l’essenza di chi siamo veramente, la nostra parte più profonda, il nostro sé più puro e pulito.

E’ la parte spontanea di noi, quella libera da condizionamenti. Intuitiva. E’ quella parte creativa, spontanea, piena di fantasia. E’ tutto ciò che eravamo da bambini; poco a poco questa parte di noi è andata sbiadendosi lasciandosi alle spalle l’entusiasmo, per fare posto alla seriosità.

Non si può restare per sempre bambini, sarebbe estremamente controproducente, ma la parte bambina di noi deve restare attiva per farci sentire “vivi”. Un adulto responsabile, ma capace di giocare a cuore aperto con i propri figli è il miglior genitore che un bambino possa desiderare.

Nel libro “Genitori al Contrario” introduco alcune efficaci modalità per connettersi al proprio Cuore (Sistema di Connessione Circolare al Cuore) e tra le varie strategie ho proprio indicato l’atto di GIOCARE. Puoi scaricare un estratto a questa pagina

Giocando in maniera spontanea (quindi non quando ci sentiamo sforzati a giocare solo per fare un piacere a nostro figlio), ci catapultiamo infatti in uno stato gioioso tipico di quando si è bambini. E’ come se tornassimo indietro nel tempo e facessimo riaffiorare il bambino o la bambina che siamo stati. In quel preciso momento il canale che ci connette al nostro cuore è aperto, permettendoci di entrare in contatto con il Cuore di nostro figlio. Non possiamo neppure immaginare quanto siamo vicini ai nostri figli in quel momento. La bolla che ci tiene addormentati nel nostro stato di adulti, spesso con i sensi molto affievoliti, in quell’istante svanisce. E siamo in contatto con la nostra vera essenza.

Ieri sera ho trovato un fantastico video su Facebook che desidero condividere con voi. Si tratta di un video in lingua spagnola che pubblicizza un’azienda di giochi educativi peruviana, ma il messaggio che manda ai genitori tocca davvero il cuore. L’ho tradotto e sottotitolato.

Vi consiglio di vederlo e di diffonderlo il più possibile ad altri genitori. Più genitori amorevoli si risveglieranno in questi anni e più bambini felici ci saranno in futuro, che a loro volta avranno dei figli…e la catena continua. I gesti di ognuno di noi creano circoli virtuosi per la vita di chi verrà in futuro.

Buona visione.

Daniela

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Se i sentimenti e le emozioni dei bambini venissero presi maggiormente in considerazione

Lettera alla mia maestra della scuola materna.

Se i sentimenti e le emozioni dei bambini venissero presi maggiormente in considerazione

 

Cara Maestra,

ti rivolgo ora queste parole. Ora che ormai ho 33 anni e 3 figli. Non ne avevo parlato quasi con nessuno prima di ora. E ancora mi fa male ripensare a quel giorno.

Avevo da un paio di mesi compiuto 5 anni quando mi affacciai per la prima volta al mondo della scuola. Sapevo che a mia madre era stato consigliato di farmi frequentare l’ultimo anno di materna in modo da soffrire meno l’inserimento alla scuola elementare l’anno successivo. Non ricordo nulla del primo giorno alla materna. Il vuoto. Non ricordo di avere trovato un accoglienza “materna”.

Ho un unico ricordo molto bello, quasi al termine dell’anno, di un lavoro di gruppo che mi aveva emotivamente coinvolto e che consisteva nel ritagliare immagini da alcune riviste e farne dei collage. Io avevo scelto elementi naturali: alberi, animali, fiori. Ricordo ancora di avere individuato come soggetto principale un bellissimo daino che mi aveva particolarmente affascinata.

Forse è stato l’unico momento piacevole che ho trascorso in quel posto che ricordo sempre molto buio. Gli altri ricordi che ho sono pessimi. Non mangiavo quasi nulla a scuola. Durante un pranzo iniziasti ad imboccarmi a forza, nonostante io non riuscissi a buttare giù il boccone. Ricordo ancora che era pollo con patate. Ad un certo punto vomitai tutto. Tu ti arrabbiasti a tal punto da portarmi in punizione.

Mi accompagnasti nel dormitorio e mi facesti sdraiare sulla mia brandina ordinandomi di dormire e mi lasciasti dentro da sola.

Ricordo la stanza, che agli occhi di bambina mi sembrava enorme. Con tante brande vuote. Sentivo gli schiamazzi e le voci degli altri bambini che giocavano fuori. E io piangevo, piangevo cercando di soffocare le lacrime nel cuscino. La stanza era buia, avevo tantissima paura. Chiamavo sommessamente la mia mamma mentre ero in preda alla disperazione. Non so quanti minuti passarono poi vidi la maestra di un’altra sezione che si avvicinò a me e mi chiese cosa era successo. Mi consolò e poi uscì. Poco dopo rientrò con i suoi bambini, era il momento della nanna per tutti. Entrarono anche i miei compagni da te accompagnati. Mi sentivo sollevata, perlomeno non ero più sola. Ma ero amareggiata e spaventata. Volevo la mamma. Le ore trascorsero e finalmente arrivò a prendermi mamma per portarmi a casa. A mia mamma raccontasti l’accaduto omettendo di avermi lasciato disperata e sola nel dormitorio.

Mia mamma ti disse di non costringermi mai più a mangiare, mi sarei regolata da sola.

Da quel giorno per me fu un incubo.

Non ero certo contenta di rivederti ogni mattina e trascorrere con te quasi l’intera giornata dopo che non avevo più fiducia nei tuoi confronti. Dopo che mi avevi fatto soffrire e che la tua collega, non aveva fatto nulla per aiutarmi. Io ero disperata, avevo paura. Mi sentivo terribilmente in colpa.

Ora ripensandoci vedo l’ingiustizia fatta nei confronti di una bimba, ma ti posso assicurare che mi sono sentita un verme in quel momento. Solo per aver vomitato. Ho pensato di aver fatto una cosa terribile e che mi meritassi quella punizione. Che non ero degna di stare tra i miei compagni. Che non meritavo di essere amata.

Ti sei chiesta cosa poteva passare nella mia testolina?

Ti sarai pentita nei giorni avvenire?

Non credo, visto che non hai mai fatto un gesto di affetto nei miei confronti. Nè a me, nè alla maggior parte dei miei compagni. Pochi avevano la fortuna di essere sotto la tua ala protettrice. Ho avuto per tanto tempo degli incubi in cui quella stanza del dormitorio diventava sempre più grande e la mia voce per chiedere aiuto, non usciva dalla mia bocca.

I mesi trascorsero e durante le vacanze ero contenta che di lì a poco avrei iniziato le elementari…perché avrei avuto delle nuove maestre!

A scuola mi impegnavo molto e avevo tanta voglia di imparare, ma ad un certo punto ritornò l’incubo. Non ricordo con esattezza da cosa venne scatenato, ma qualcosa mi riportò a quel giorno della materna. Sicuramente buona parte in questa situazione era dovuta all’ansia di separazione da casa, da mamma, il posto più sicuro e tranquillo dove stare. Mi sentivo insicura e non in grado di affrontare da sola le situazioni che mi si presentavano a scuola. Prendevo il pulmino per recarmi a scuola e nel tragitto da casa alla fermata del bus avevo tutte le mattine conati di vomito.

Ricordo ancora quando mi accasciavo verso il fosso accanto alla strada per vomitare. Era terribile.

Mia mamma mi consolava e mi incitava ad andare a scuola. Ma che altro poteva fare? D’altronde la scuola è obbligatoria. (ho scoperto poi che esiste l’educazione parentale, ma ne parlerò nei prossimi articoli)

“Ti vengono a prendere i carabinieri se non ci vai!” mi diceva mamma.

Io desideravo con tutta me stessa ritornare a casa, dove c’era anche il mio fratellino più piccolo. Tornare al sicuro nel mio nido.

Spesso anche a scuola stavo male, avevo delle fitte alla pancia fortissime. E le maestre chiamavano mia mamma per farmi portare a casa. Per fortuna grazie alla sensibilità della mia nuova maestra, che ancora incrocio per strada nel mio paesino, e che ricordo con molto affetto, nel giro di un annetto circa ho superato tutto. Avevo capito che mi potevo fidare di lei. Che avrei avuto sostegno da parte sua e che mai e poi mai mi avrebbe delusa e tradita con una punizione ingiusta e fatto vivere degli attimi di terrore. Lei era una figura che posso definire “materna”, dolce, disponibile, attenta ai bisogni dei suoi piccoli alunni e pronta ad accogliere le loro emozioni. Sono stata fortunata ad incontrarla, se avessi trovato una persona più severa e distaccata probabilmente il mio disagio non si sarebbe risolto da solo e in maniera spontanea.

Ti scrivo queste parole non con rabbia, ma con la speranza che negli anni avvenire il tuo modus operandi sia cambiato, perchè sono certa che non sono stata l’unica ad aver subito un trattamento del genere. Io che me ne stavo tranquilla in un angolo a giocare da sola, e zitta con la paura di dire qualcosa di sbagliato. Penso che con un pizzico di empatia in più da parte tua, non avrei vissuto così male quegli anni.

Se ti fossi messa per un istante nei miei panni, probabilmente le tue parole e le tue azioni sarebbero state altre.

Se avessi provato a pensare cosa provavo in quel momento, e che pensieri mi passavano per la testa, sono sicura che non lo avresti fatto.

Se mentre mi portavi nel dormitorio avessi immaginato che al mio posto ci fosse stata tua figlia, credo proprio che non mi avresti lasciata da sola a piangere disperata.

Una persona che è a contatto costantemente con dei bambini, deve avere per prima cosa rispetto di queste creature. Alla materna si è così piccoli, i bambini hanno bisogno di una figura dolce e amorevole come la mamma. Hanno il diritto di sentirsi al sicuro, di poter esprimere sé stessi. Di vedere accolte le loro paure, di sentirsi in un ambiente caldo e confortevole. Di sentirsi protetti e appoggiati da una persona di cui hanno totale fiducia. Che non li tradirà mai. Che non li derida. Che accetti sinceramente i sentimenti espressi dai suoi bambini.

Spero che con gli anni abbia fatto tue queste caratteristiche.

Una tua ex alunna.

Ho scritto questa lettera quasi 2 anni fa e l’ho ritrovata ieri fra i miei appunti.

In quel periodo ero all’inizio del lavoro su me stessa, e cercavo di capire da dove derivasse il mio essere costantemente “paladina della serenità dei bambini”. All’uscita da scuola, al supermercato, al parco giochi, mentre sono con i miei bimbi mi capita di osservare i bimbi con i loro genitori. Mi metto costantemente nei panni dei bambini e cerco di pensare a cosa provano in quel momento. Guardo la situazione dal loro punto di vista e mi accorgo di quanto le parole di un adulto spesso fanno male, o al contrario di quanto le parole e un atteggiamento corretto possano produrre gioia e armonia nel cuore del bambino. Tutto per loro è amplificato. Basta guardarli in viso, osservare l’espressione dei loro occhi.

Ho capito che quel che mi è successo alla materna mi ha lasciato una profonda ferita, oltre che a un grande senso di colpa. Ho trovato freddo ed esagerato il comportamento della maestra. Ha sfogato la sua rabbia, magari per il suo vissuto personale, su di me.

Sono consapevole però che da situazioni negative, nascono opportunità e stimoli per crescere. E anche se non lo avrei mai ammesso fino a qualche tempo fa, questo episodio mi ha portato ad essere la persona che sono e ad avere una particolare attenzione per le emozioni dei miei figli e a impegnarmi nel mantenere questa presenza costante.

Daniela

 

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QUELLO CHE CI INSEGNANO I BAMBINI: la gestione della rabbia attraverso la gioia

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Ecco come l’osservazione dei bambini può aprirci il cuore.

Sabato pomeriggio ero indaffarata perché avremmo avuto ospiti a cena. Durante la merenda, Gabriele, mio figlio di 4 anni e mezzo, rovescia l’ultimo bicchiere di succo di frutta sul tavolo. A questo punto Gabriele si arrabbia, vuole altro succo a tutti i costi e non vuole sentire ragioni, ma essendo finito non avevo modo di versargliene altro. Ha un forte attacco di collera, non ci sono parole che lo possano far calmare.

Questi sono i casi che il dott. Daniel Siegel, neuropsichiatra pediatrico americano, definisce come crisi di collera al piano di sotto del cervello in cui le aree inferiori del cervello, amigdala e tronco encefalico in particolare, prendono il sopravvento e non permettono che funzioni la parte superiore, quella razionale, costituita dalla corteccia celebrale in cui avvengono i processi mentali più complessi, come il pensiero e l’immaginazione.

Mentre la parte bassa è quella che potremmo definire più “primitiva”, perché composta da aree responsabili delle nostre funzioni di base, di reazioni innate e delle emozioni più animali e intense (come rabbia e paura) ed è presente e funzionante già dalla nascita, la parte alta è quella più “evoluta”, più complicata, che controlla il pensiero analitico e di ordine superiore, la capacità di controllare le emozioni, l’empatia, la comprensione di sé, la moralità, ecc., e che nel bambino è ancora in formazione e lo sarà per molto tempo.

Gabriele sempre in preda alla forte rabbia corre in camera sua, seguito da sua sorella Gaia e da me e mio marito Federico. Si mette seduto in un angolo con la schiena appoggiata al muro e puppetspaonazzo in viso urla e piange disperato. Mi avvicino, mi inginocchio e cerco di calmarlo con parole amorevoli. A quel punto Gaia (che vi ricordo ha 21 mesi), si abbassa leggermente e cerca il suo contatto visivo e dice: “Gabi, mani mani”, mentre prende le mani di Gabri con le sue manine piccine. Lo guarda ancora negli occhi e rimangono fermi per qualche secondo occhi negli occhi, mentre lei con la sua vocina dolce lo chiama semplicemente per nome.

Gabriele intanto ha smesso di piangere e urlare, guarda sua sorella e accenna un sorriso!

Gaia, lascia la stretta alle mani e lo abbraccia forte al collo. Poi gli da un bacino.

Gabriele si è calmato e si gode l’abbraccio di sua sorella. È piacevolmente sorpreso.

l-abbraccio-tra-bambiniMio marito ed io abbiamo assistito a tutta la scena in silenzio, ci siamo guardati ed entrambi avevamo le lacrime agli occhi osservando queste due meravigliose creature e la loro interazione guidata dal cuore. Inutile dire che in quel momento ho sentito il cuore scaldarsi. Vedere come una bimba di soli 21 mesi si è approcciata a suo fratello in difficoltà in maniera così spontanea e così amorevole, mi ha aperto il cuore. Non solo. È stata una grande lezione per me. Perché Gaia mi ha mostrato esattamente quello che avrei dovuto fare io, ma che non ho fatto perché quel pomeriggio la mia mente non era perfettamente presente, ma già orientata alla sera in cui sarebbero arrivati ospiti e il mio pensiero era rivolto al “mettere in ordine casa” e poco propenso a sentire empaticamente le emozioni dei miei figli.

Nei casi di collera come questa, il genitore deve accompagnare il bambino a ritrovare la calma stabilendo con lui un contatto emotivo. Esattamente come ha fatto Gaia dovrà:

Poiché in questi casi non vi è comunicazione tra parte alta e parte bassa del cervello è inutile cercare di farlo ragionare con la logica e la razionalità. Solo nel momento in cui si sarà calmato ci sarà modo e possibilità concreta di farlo ragionare sull’accaduto. Farlo quando le due parti del cervello sono in disintegrazione è come buttare benzina sul fuoco. Il risultato sarà di fomentare ancora di più la sua collera.

Ancora una volta grazie ai miei figli ho ricevuto una grande lezione di vita. E come sempre, la strada da seguire è quella del cuore!

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IL GIOCO DELLE EMOZIONI PER I BAMBINI!

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IL GIOCO DELLE EMOZIONI PER I BAMBINI!

Riconoscerle per saperle affrontare.

PROVALO CON I TUOI BIMBI!!!

Ieri pomeriggio a causa del brutto tempo, non potendo uscire all’aria aperta, siamo rimasti a casa a giocare.

Abbiamo tirato fuori le palline colorate dal cassettone della stanza dei bambini e abbiamo iniziato a giocare. Ad un tratto Gabriele si accorge che i colori delle palline sono esattamente come quelli delle sfere dei ricordi del film d’animazione, appena uscito al cinema, INSIDE OUT. Il colore di queste sfere è determinato dall’emozione ad essa associata.

Due parole sul film. Protagonista di Inside Out è la giovane Riley che, costretta a trasferirsi con la famiglia in una nuova città, deve fare i conti con le emozioni che convivono nel centro di controllo della sua mente e guidano la sua quotidianità. Queste emozioni sono: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto.

Ad ognuna delle 5 emozioni è abbinato un colore e alcune connotazioni fisiche tali da carpire le caratteristiche dell’emozione stessa. Vediamo nel dettaglio:

GIOIA: colore GIALLO. Ha le sembianze di una stella.

TRISTEZZA: colore BLU. Il suo aspetto fisico ricorda una lacrima.

RABBIA: colore ROSSO. E’ un vivido fuoco.

PAURA: colore VIOLA. Assomiglia ad un nervo .

DISGUSTO: colore VERDE. Assomiglia ad un broccolo.

Tornando al nostro gioco, Gabriele ha messo le 5 palline colorate in un contenitore grande di plastica per insalatapallinecolorate (che spesso utilizziamo per giocare) e le faceva girare all’interno compiendo un movimento rotatorio. Poi ne estraeva una e imitava con sguardo, postura e intonazione della voce, l’emozione corrispondente. Che splendida idea che ha avuto! A quel punto si è avvicinata a noi anche Giorgia che fino a quel momento stava giocando con le bambole.

Abbiamo giocato in questo modo per un po’, poi ho proposto ai bambini di bendarci e a turno estrarre una pallina. Dopo averla estratta i bambini pronunciavano il nome dell’emozione corrispondente e a quel punto facevo loro le seguenti domande in base alla pallina estratta.

Pallina GIALLA: Cosa ti rende felice?

Pallina ROSSA: Cosa ti fa arrabbiare?

Pallina BLU: Cosa ti rende triste?

Pallina VIOLA: Di cosa hai paura?

Pallina VERDE: Cosa proprio non ti piace?

 

Alcune delle risposte che hanno tirato fuori sono state:

GIOIA. “Sono felice quando mamma mi abbraccia”, “Sono felice quando c’è il sole”, “Sono contento quando papà è a casa con noi”.

RABBIA. “Mi arrabbio quando Gabri non mi fa giocare con lui”, “Mi arrabbio se Gaia mi prende i miei giochi”, “Mi arrabbio quando non c’è da mangiare quello che piace a me”.

TRISTEZZA: “Sono triste quando piove e non posso andare in bicicletta”, “Sono triste quando vedo in tv i bambini poveri”, “Divento triste quando penso a quando mi sono fatto tanto male”

PAURA. “Ho paura del buio”, “Ho paura quando vedo le macchine che vanno tanto veloce”, “Ho paura delle streghe”.

DISGUSTO: “Non mi piacciono gli spinaci”, “Non mi piacciono le persone cattive che rubano”, “Non mi piace la maglia che mi hai comprato”.

Abbiamo giocato per una mezzoretta e tirato fuori un bel po’ di situazioni e di emozioni.

Ho poi spiegato loro che come hanno potuto constatare siamo composti da tante emozioni, sia piacevoli che meno piacevoli, che si alternano in base alle situazioni che viviamo, ma che con un piccolo sforzo possiamo prendere in mano la situazione e non lasciarci sopraffare da esse, decidendo come vogliamo sentirci. Se per esempio siamo arrabbiati, è lecito esserlo, ma non è necessario crogiolarsi in questa emozione troppo a lungo, perché ci perdiamo il bello delle situazioni che vengono dopo. Ho continuato spiegando loro, nella maniera più semplice possibile, che con un bel respiro profondo e pensando a qualcosa di bello e piacevole, è possibile modificare o perlomeno migliorare il nostro stato d’animo.

Giorgia a quel punto mi ha detto: “Se sono arrabbiatissima con Gabri perché mi ha preso un gioco con cui stavo giocando, è inutile essere arrabbiati anche dopo, perché poi non riesco ad essere felice anche se mi ha ridato il gioco. Devo tornare di nuovo gialla (Gioia) subito!”

Brava Giorgia! Ha capito a volo!

Abbiamo continuato e ho chiesto loro (sempre spiegandomi con parole semplici e con esempi)che cambiamenti percepiscono a livello fisico quando provano una determinata emozione. Ho iniziato dalle emozioni negative per finire poi con la gioia e queste sono state le loro risposte:

TRISTEZZA. “A volte vengono le lacrime”.

“La bocca va in giù e anche gli occhi”.

“Mi sento moscio”.

RABBIA. “Faccio i pugni”.

“Mi viene la faccia brutta e rossa”.

PAURA. “Se ho tanta paura scappo. Oppure mi fermo e vorrei nascondermi”.

Il cuore batte forte, mi ricordo quando mi sono spaventato con i fuochi d’artificio.

DISGUSTO. “Se è una cosa da mangiare la allontano”.

“Faccio Bleah!”

Ho quindi chiesto loro di chiudere gli occhi e di pensare a quando si sono sentiti molto molto felici e di concentrarsi su cosa percepivano. Hanno così risposto:

GIOIA. “Sorrido, la bocca va in su”.

“Sono caldo, ma non come Rabbia, tiepido diciamo. E salto”.

Ho lasciato l’emozione “Gioia” per ultima in modo che, una volta finito il gioco, rimanesse loro una sensazione positiva.

Questo gioco delle emozioni è nato per caso grazie allo spunto che mi ha dato Gabriele, ma è stato un ottimo modo per spiegare ai bambini qualcosa in più sulle emozioni, per fargli capire che tutte queste emozioni fanno parte di noi e sono da accettare e conoscere al fine di raggiungere uno sviluppo mentale ed emotivo armonioso.

Come spieghiamo nel nostro libro Genitori al Contrario (puoi scaricare qui un estratto) un bambino che si conosce e conosce le emozioni è sicuramente un bambino più capace di provare empatia e di relazionarsi con gli altri in maniera positiva.

Provatelo anche voi con i vostri bambini!

Giocare con loro è sempre una fonte di crescita per noi genitori, un modo per conoscere in profondità i nostri figli e per conoscere meglio noi stessi.

Inoltre GIOCARE è una delle strategie che ho indicato nel libro “Genitori al Contrario” per connetterci al nostro cuore. Se poi il fulcro del gioco sono proprio le emozioni…non potremmo fare lavoro migliore!

A presto.

Daniela

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HO IL DIRITTO DI ESPRIMERE LA MIA GIOIA

4° CREDENZA LIMITANTE: SE ESPRIMO LA MIA GIOIA PRIMA O POI SOFFRIRO’

Ogni bambino ha bisogno e diritto di provare GIOIA, affinchè possa avere un atteggiamento positivo verso la vita, verso nuove esperienze, per imparare con sana curiosità, insomma…per crescere in maniera equilibrata.

Ogni tanto mi capita di guardarmi intorno e ahimè, di scorgere tra i bambini dei visi spenti, che riflettono apatia, (assenza di gioia), probabilmente forzati a comportarsi da piccoli adulti. Cresciuti nel senso del dovere probabilmente da genitori seri, che a loro volta da piccini non hanno potuto sperimentare l’essere spensierato tipico dell’infanzia.

L’infanzia è libertà, libertà di esprimere la felicità che proviene dal cuore. Spesso vedo bimbi che mentre giocano viene bloccata l’espressione del proprio essere con frasi tipo: “Non gridare!”, “Non correre!”, “Non fare rumore!”.

Tutti i bambini devono avere libertà di ridere, in tutte le sue sfaccettature, dal sorridere al ridere a crepapelle!

La risata esprime felicità, e a livello ormonale vengono rilasciate sostanze chimiche che ci fanno stare bene non solo mentalmente, ma anche anche fisicamente!

Se osserviamo un bambino “pulito” da condizionamenti possiamo notare che tutto quello che fa, lo fa con gioia. Dal manipolare oggetti nuovi, all’interagire in un gioco dinamico, all’esplorare ambienti nuovi.

Guardateli mentre giocano, mentre ad esempio giocano con l’acqua, o esplorano con le loro manine della terra, sabbia o pietroline. Sono completamente immersi in quello che stanno facendo, sono curiosi, e orientati a acquisire nuove capacità o nuovi concetti, siano essi bambini di 1 anno come di 10! E quando si accorgono di aver fatto una nuovo scoperta, di aver imparato una nuova abilità sono al colmo dello stupore e cercano di coinvolgere anche noi nel loro sentimento. Noi dobbiamo farci trascinare da queste loro espressioni , congratularci. In questo modo rafforziamo la loro autostima, oltre naturalmente a fargli sentire amati e capaci.

Abbiamo molto da imparare dai bambini. Il loro vivere nel presente li porta a questa gioia autentica. Non è certamente facile per un adulto, ma vale la pena di sforzarci per il bene dei nostri figli, ma anche per il nostro!

Negli incontri individuali mi sono trovata spesso di fronte a mamme e papà con blocchi emotivi tali per cui non riuscivano a giocare serenamente e a vivere gioiosamente con i propri figli. Riaffiorava il passato. Da piccoli in momenti di libera espressione venivano umiliati, sbeffeggiati, derisi. Fino a poi aver perso la capacità di esternare la propria emozione positiva.

Mi raccontava una ragazza che fino ai 6 anni di età, non ricordava che la madre avesse particolari problemi ad accettare la gioia che lei esprimeva. Quando la mamma ha iniziato a vederla un po’ più grande, ha iniziato a contenere le sue manifestazioni, incutendole addirittura la paura che se si divertiva ora, dopo probabilmente non c’era più niente da ridere perché poteva succedere qualcosa di brutto con frasi come: “Cosa ridi? Non essere troppo felice che poi magari dopo succede qualcosa per cui dobbiamo piangere”. La piccola non solo non poteva godersi pienamente i momenti di felicità, ma veniva anche terrorizzata dal fatto che un evento positivo, per compensazione, avrebbe portato ad un evento negativo. E cosa fa più paura ai bambini? La separazione dai genitori. Il suo incubo era che un incidente avrebbe portato via la vita dei suoi genitori. E come poteva fare per evitare che accadesse? Reprimendo la gioia, perché tanto la tragedia sarebbe arrivata da un momento all’altro. Fortunatamente le risorse di questa bimba ora donna l’hanno portata con l’adolescenza a non avere disturbi come attacchi d’ansia o di panico, ma nella sua mente subconscia (per saperne di più leggi qui) c’è ancora quella vocina che le dice di non lasciarsi sopraffare dalle emozioni positive. Una sorta di tendenza al pessimismo tramandato dalla madre. Lavorando su di sé si è riuscita a liberarsi da questo fardello. Questo è accaduto solo dal momento in cui è diventata mamma e ha deciso di prendere in mano la propria vita facendo vivere ai figli tutte le gioie che da piccola le erano state negate. Si è resa conto che fino alla nascita del suo primo bimbo non aveva mai battuto le mani ad un artista durante la sua esibizione, come se inconsciamente si negasse di dimostrare all’esterno che l’esibizione era stata di suo gradimento e che provava ammirazione. Tantomeno aveva cantato a squarciagola ad un concerto del suo cantante preferito, rimanendo composta e quasi apatica. Provava gioia, ma la teneva tutta dentro.

Strani questi condizionamenti, vero?

Per fortuna ora questa ragazza ha deciso di concedersi la libertà di esprimere la sua felicità, per intero e senza paura. Trasmette ai suoi figli la voglia di vivere, li incentiva ad essere sé stessi e di vivere appieno la propria vita. Si diverte con loro e gioca. Finalmente sta aiutando la bambina che è in lei a godersi tutta la spensieratezza che si era negata.

Guarda il tramonto e ne ammira appieno tutte le sfumature

Osserva le onde del mare, chiude gli occhi e si lascia coccolare dal rumore delle onde che si infrangono sugli scogli

Ascolta le risate dei suoi bambini che giocano in cortile, e sorride fiera alla vita che deve ancora venire!

 

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Man on top of mountain.

ECCO COME I NOSTRI FIGLI RISVEGLIANO I NOSTRI SOGNI

Sarà capitato anche a te di tornare a casa alla sera, sentirti stanco e magari frustrato dalla tua giornata lavorativa e sapere di non riuscire a dare il meglio di te con i tuoi figli, che ti aspettano trepidanti fuori dalla porta. Ti ricordi cosa succedeva prima che nascessero? Arrivavi a casa dall’ufficio, dal negozio, o dal giro dei tuoi clienti, e se eri stanco ti buttavi a letto, sul divano a leggere un libro o davanti alla televisione…e tutto passava. Altre sere potevi decidere di uscire con gli amici per parlare del più e del meno e spesso potevi ritrovarti a lamentarti del tuo capo, dei tuoi colleghi e delle tasse. Con l’arrivo dei bambini non è più così. Arrivi a casa e non c’è tempo di “sbollire” dalla giornata, loro hanno bisogno di tutta la tua attenzione, e la tua pentola continua a bollire sotto il coperchio.

Quanto dobbiamo essere grati ai nostri figli per questo!!! Senza la loro presenza le nostre giornate potevano passare dalla frustrazione e stanchezza allo sbollimento, senza che ce ne potessimo accorgere…eravamo addormentati nelle nostre giornate senza poterci ascoltare veramente. Appena la pentola iniziava a bollire, spegnevamo il fuoco senza pensare al motivo per cui si fosse acceso.

E adesso cosa succede invece? Grazie ai nostri figli il fuoco continua a rimanere acceso perchè non c’è il tempo di spegnerlo, e questo ci permette, se ci impegniamo a diventarne consapevoli, di capire la vera causa della fiamma.

Il fuoco che fa bollire la pentola sono i nostri sogni, che continuano a rimanere accessi grazie ai nostri figli. I sogni che richiamano la nostra attenzione e che noi di continuo spegnevamo trovando un qualsiasi diversivo.

Hai capito bene!!! La causa delle tue frustrazioni non sono i colleghi, il capo o i clienti, ma il fatto che non stai ascoltando i tuoi sogni. L’arrivo dei figli ti permette di sentire questo fuoco bruciante, e quello che ti stanno chiedendo a gran voce è di seguirli. Grazie ai nostri figli abbiamo la possibilità di capire l’origine del fuoco ed assecondarlo utilizzandolo a nostro favore. Grazie ai nostri figli possiamo giorno per giorno ritrovare noi stessi e percorrere insieme la strada per la nostra realizzazione. Hai mai pensato che la realizzazione dei tuoi progetti di vita, potessero essere accelerati, elevati ed ampliati dalla nascita dei tuoi figli?

Se sei pienamente soddisfatto della vita che stai vivendo smetti pure di leggere, perché questo articolo non ti interessa.

Se invece pensi che non ci sia limite al meglio allora forse ti starai chiedendo da che punto ripartire per creare la vita che desideri.

Due giorni fa stavo tenendo un mini corso di formazione sulla gestione dello stress in azienda e, parlando di progetti ed obiettivi di vita, ho chiesto ai partecipanti cosa ne pensassero. La prima delle risposte che ho ricevuto è stata: “Certo, ognuno di noi ha degli obiettivi che vuole raggiungere, è una cosa naturale”. A quel punto ho pensato “Sì, questo è vero, ognuno di noi si prefigge degli obiettivi…ma allora perché la maggior parte delle persone continuano a fare sempre le stesse cose continuando a lamentarsi? Perché si continua a fare sempre lo stesso lavoro per anni arrivando a casa frustrati e portando il nostro malcontento in famiglia? Cosa ci impedisce di puntare in alto?”

Queste sono le risposte che mi sono dato:

1) Abbiamo paura di uscire fuori dagli schemi imposti dalla società e dalla nostra famiglia di origine. I contratti che abbiamo stipulato per essere accettati, continuano ad essere validi tutta la vita. Sono contratti a rinnovo tacito. Abbiamo mai controllato le cluasole del contratto? Siamo sicuri che ci vadano ancora bene così come sono state scritte?

2) Limitiamo i nostri progetti a quello che riusciamo a pensare possibile in quel momento, perché nessuno ci ha mai insegnato a guardare oltre i nostri condizionamenti. Siamo stati educati a credere che non sia possibile

Dobbiamo puntare l’attenzione sulla qualità e la bellezza dei nostri progetti. Non sarebbe straordinario riuscire a vedere oltre tutto quello che pensiamo possibile? Il nostro cervello trova ciò che noi gli diamo da cercare, funziona come un radar. Sfruttando questa caratteristica della nostra mente possiamo indirizzare l’attenzione su ciò che vogliamo.

Fatichiamo a trovare la soluzione ad un nostro problema? Come possiamo pensare che il nostro cervello la possa trovare se non gli diciamo esattamente qual è la migliore soluzione per noi? Ti sei mai soffermato a creare la tua scena ideale?

Ti sei mai seduto di fronte ad un foglio bianco per scrivere cosa vuoi raggiungere nella tua vita come genitore, sul lavoro o nei confronti delle tue passioni? Se non l’hai fatto…fallo adesso.

Prendi carta e penna ed inizia a scrivere di cosa ti lamenti in questo periodo della tua vita. Quando la tua lista sarà piena, fai un elenco di ciò che vuoi invece. In questa lista troverai ciò che pensi possibile in questo momento. Questo è già un buon punto di partenza, ma sei vuoi di più compila una terza lista in cui vai oltre ciò che pensi sia possibile ottenere, e creati la tua scena ideale. Quello che senti ti permetterebbe di essere felice.

Questo è il primo passo. Nei prossimi articoli approfondirò i metodi che possono portarti a raggiungere ciò che hai scritto nella lista.

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Mother comforting her crying little girl

SONO IL MIGLIOR ALLENATORE EMOTIVO PER MIO FIGLIO

3° CREDENZA LIMITANTE: NON SONO IN GRADO DI GESTIRE LE EMOZIONI DI MIO FIGLIO

Ieri mattina ero intenta a guardare sul cellulare uno spezzone di video dell’esibizione del saggio della sera prima di mia figlia Giorgia. Gabriele era accanto a me, si era da poco svegliato e aveva fretta di riempire il pancino con la colazione e mi richiedeva attenzione. Gli chiedo di aspettare un minuto, tempo di finire di vedere la fine del balletto. A quel punto, rigiro gli occhi verso il cellulare e sbam! Gabriele con una manata lo fa volare in aria per poi cadere per terra! La mia reazione è stata tutt’altro che zen…e non ho pensato minimamente che il suo comportamento potesse avere una spiegazione logica.

Nei minuti successivi ho pensato che poteva trattarsi di gelosia nei confronti della sorella. In effetti il giorno prima, quello del saggio, ero stata con lei tutto il giorno a teatro per le prove, e poi tutti i complimenti che ha ricevuto da mamma, papà e nonni potrebbero aver dato fastidio al fratellino.

Ma COSA POTEVO FARE CHE NON HO FATTO?

Invece di reagire, cosa avrei potuto fare? Certamente cercare di capire le motivazioni del gesto. Perché si è comportato così? Qual era la reale motivazione nascosta dietro il comportamento così strano e improvviso di Gabriele?

Avrei dovuto essere più ricettiva del suo stato emotivo, captare i suoi segnali.

La sera del saggio, verso la fine dello spettacolo Gabri ad un certo punto era scoppiato a piangere, perché voleva Giorgia che in quel momento era dietro le quinte in attesa degli inchini finali. Non si è dato pace fino a che non l’ho accompagnato a vedere sua sorella. Avrei dovuto ricordarmi di questo episodio prima di sgridarlo. In pratica rivedere il video e risentire le musiche , lo riportavano alla sofferenza del giorno prima, quando ha sentito Giorgia lontana da lui che Impegnata con le sue compagne di danza, non aveva tempo di stare con lui.

A quel punto il danno era fatto, non mi restava che fare un passo indietro i tirare fuori il migliore allenatore emotivo che c’è in me e portare Gabri a capire e sciogliere l’emozione.

Nel libro di John Gottman “Intelligenza emotiva per un figlio”, viene sottolineata proprio l’importanza del ruolo del genitore come “allenatore emotivo”, che empaticamente riconosce le emozioni del bambino, lo guida verso il riconoscimento, e coglie l’opportunità da ogni episodio approfittando dell’occasione per “crescere insieme”.

Tranquillamente ho preso da parte Gabriele e gli ho chiesto come mai non voleva che mamma guardasse il video. Mi ha risposto dicendo: “Giorgia è mia sorella, se la vedo ancora con M., io le divido!”

Ecco…ora era chiaro: si trattava di gelosia, era turbato dal fatto di vedere Giorgia così complice con una bimba. Ha avuto paura di perdere l’affetto di Giorgia, di essere sostituito.

Una volta quindi scoperto il problema, cosa avrei dovuto fare:

  • Accogliere e riconoscere le sue emozioni invece di sminuirle;
  • Facilitarlo a trovare da sé le soluzioni, prendendosi tutto il tempo e la calma necessari, dimostrando di aver capito le sue paure e sensazioni, invece di essere frettolosa e sbrigativa
  • Farlo sentire compreso e non giudicato

 

Quest’ultimo punto è davvero vitale, per aiutare i nostri figli a sciogliere le emozioni e non restarci intrappolati troppo a lungo.

Come possiamo fare per portarli a SENSIBILIZZARE E INCANALARE le loro emozioni?

Innanzitutto aiutandoli a trovare le parole giuste per definirle.

Se possibile (a seconda dell’età di nostro figlio) possiamo andare più in profondità chiedendo in che parte del corpo sentono l’emozione (cuore, stomaco, ecc). Possiamo anche portarli a visualizzarla, chiedendo loro di chiudere gli occhi e immaginando il suo colore, la forma e se la toccasse che consistenza avrebbe.

Tutto questo li aiuta a razionalizzare, a sciogliere la tensione, uscendo più in fretta e senza strascichi dallo stato d’animo negativo.

Li rassicura anche molto sentirsi raccontare episodi della nostra infanzia nei quali abbiamo dovuto affrontare la stessa situazione e il modo in cui ne siamo venuti fuori.

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TROVO IL MODO MIGLIORE DI COMUNICARE CON MIO FIGLIO

2° CREDENZA LIMITANTE: MIO FIGLIO NON MI CAPISCE!

La scuola di danza di Giorgia è in fibrillazione perché mancano pochissimi giorni all’attesissimo saggio di fine anno. Il gruppo di Giorgia è composto da bambine dai 4 ai 7 anni che in allegria si preparano allo spettacolo con una serie di prove prima del debutto sul palcoscenico.

A metà di una sessione di prove, una bambina tra le più piccole torna nello spogliatoio dalla mamma, chiedendole un laccio per i capelli, che iniziavano a infastidirla. La mamma risponde in maniera secca “non ho nessun laccio e non posso inventarmelo in questo momento…torna con le altre bambine a provare”. La bambina cerca il contatto fisico e la mamma la allontana indirizzandola verso la porta, ma senza mai alzarsi dalla panca sulla quale è seduta.

Immaginate il seguito della vicenda?

La bambina si impunta volendo legarsi i capelli, e piangendo inizia ad urlare “non torno più a fare le prove, voglio andare a casa”.

Un classico. Ma la mamma poteva agire diversamente? Sicuramente sì, se fosse stata a conoscenza di come funziona il cervello e di quali parti sono particolarmente attive nei bambini.

Come funziona il cervello dei bambini?

Come già sapete il cervello è suddiviso in emisfero destro ed emisfero sinistro che funzionano in modo molto diverso l’uno dall’altro. Ecco le principali caratteristiche dei 2 emisferi:

Emisfero sinistro (logico-razionale)

  • Logico
  • Letterale
  • Linguistico
  • Lineare
  • Attento ai dettagli

Emisfero destro (intuitivo-emozionale)

  • Olistico
  • Comunicazione non verbale
  • Immagini
  • Emozioni
  • Ricordi

 

Per vivere al meglio la nostra vita, gli emisferi devono essere in comunicazione tra di loro. Pensate a una dominanza dell’emisfero sinistro. Che vita sarebbe se ogni situazione fosse solo vissuta con raziocinio e senza emozione? Un esempio banale, ma chiaro: il compleanno di nostro figlio, in cui viene posta l’attenzione all’organizzazione della festa, ma si tralascia l’emotività del vedere nostro figlio con un anno in più. O all’opposto se predominasse l’emisfero destro staremmo con fazzolettino in mano pronte ad asciugare le nostre lacrimucce, mentre nostro figlio spegne le candeline, sommerse e sopraffatte dalle emozioni…si ma poi chi ci pensa ai piattini per la torta e al resto?

La vita per essere vissuta al meglio ha bisogno di entrambe le cose, emotività che non sfoci in una super-emotività ma neppure nell’essere asettici e anestetizzati di fronte agli eventi, e razionalità al punto giusto.

Nei bambini è dominante l’emisfero destro, soprattutto nei primi 3 anni di vita. Vivono nel presente e qualsiasi cosa suscita in loro emozioni. Inoltre non hanno ancora completamente acquisito la capacità di esprimere a parole le loro emozioni, di razionalizzarle.

Sapete quando ci accorgiamo che inizia a fare la sua parte l’emisfero sinistro? Nella fase dei “Perché?”. Ci porgono domane in continuazione sul perché delle cose per decifrarne i rapporti di causa-effetto, e per capirne la logica.

Il nostro compito di genitori, è innanzitutto quello di metterci in contatto con il nostro emisfero con cui andiamo meno d’accordo e fare in modo che lavori in maniera integrata con l’altro. Solo così non saremo in balia di “reazioni”, ma di azioni fatte consapevolmente, e saremo genitori più sereni e più integrati con i nostri figli.

Ho notato che connettersi all’emisfero destro dei propri figli è la cosa più difficile per molte mamme e per molti papà, proprio perché l’adulto è decisamente più orientato verso la parte più razionale. E tende a comportarsi con i bimbi, anche piuttosto piccoli, come se fossero dei loro pari a livello di maturazione celebrale. Ma se prendiamo consapevolezza che l’emisfero sinistro è quasi del tutto inattivo nei primi anni, viene molto più scontato comunicare con i nostri figli emisfero destro con emisfero destro, quindi a livello di emozioni, utilizzando una comunicazione più profonda, completamente irrazionale, ma viscerale, che potremmo definire una comunicazione “cuore a cuore”.

Come io e Federico diciamo sempre, i nostri figli ci aiutano a crescere e a diventare delle persone migliori e questa fase di accompagnamento verso la maturazione completa del cervello dei nostri bimbi (che avviene verso i 25 anni…!!!), ci permettono di fare un lavoro su di noi riscoprendo i nostri emisferi, capendo quale dei 2 è predominante, sforzandoci di osservarci nelle nostre reazioni, e di equilibrarci il più possibile, per vivere al meglio una vita equilibrata, ricca di significato e di relazioni.

 

Tornando a noi, cosa poteva fare la mamma con la bimba che voleva legarsi i capelli?

Il laccio per i capelli davvero non lo aveva e non poteva legare i capelli di sua figlia, ma innanzitutto avrebbe potuto stabilire una connessione di tipo empatico, attivando il suo stesso emisfero destro emotivo e sensibile, entrando in sintonia con la bimba. In che modo? Accogliendo l’emozione della figlia in modo da farla sentire compresa, ad esempio dicendole: “Tesoro, certo che con questo caldo servirebbe proprio legarsi i capelli, ti capisco, ma come possiamo fare che non lo abbiamo ora?”

Dobbiamo renderci conto che una volta accolti con amore, i nostri figli sono in grado di capire le nostre argomentazioni fin da piccolini. Diverso è invece, se reagiamo e innalziamo un muro nella comunicazione. In questo caso il loro lato emotivo prende il sopravvento, in un certo verso deludiamo le loro aspettative, per cui la loro è una reazione di sconforto ma comprendono benissimo ciò che vogliamo dire loro.

La conversazione può proseguire proponendo un’alternativa o facendo ragionare la piccola sulla situazione, incanalando le sue emozioni e fornendole una possibile soluzione: “Sai cosa potremmo fare? Quando siamo a casa prendiamo tutti gli elastici per i capelli che abbiamo a casa, li mettiamo già nello zainetto di danza così la prossima volta li abbiamo. Allora, ci ricordiamo di farlo quando siamo a casa? Senti, ora che ne pensi di ritornare con le tue amiche a ballare? Guarda, anche Luisa non ha legato i capelli, chissà che caldo avrà anche lei! Però sembra si stia divertendo un mondo a provare il balletto! Torni dentro?”

Non sono importanti solo le parole. Le parole amorevoli della mamma dovevano essere accompagnate dal contatto fisico e dal contatto visivo. Un bell’abbraccio, una stretta amorevole ad altezza bimba per poi guardarla negli occhi con un’espressione mimica serena.

Vi posso assicurare che al 99% la mamma avrebbe ottenuto il risultato sperato.

Vi racconto cosa mi è successo ieri sera. Questo episodio mi ha fatto comprendere quanto i bambini, se ben guidati, comprendono le motivazioni dei genitori.

Ci troviamo ad una festa di paese, con i castelli gonfiabili ad uso gratuito. Vi lascio immaginare la moltitudine di bambini che si riversano sui giochi. Giorgia e Gabri, a gran velocità si tolgono le scarpe e salgono sul gonfiabile più grande lanciandosi giù dallo scivolo. Come tutte le mamme osservo la situazione affinché i bimbi siano in sicurezza e in questa occasione proprio non lo sono. Nessun addetto a vigilare, troppi bambini, alcuni anche troppo grandicelli, e castelli gonfiabili sgonfi non ancorati al terreno. Appena Giorgia e Gabri finiscono la discesa, li chiamo e li faccio scendere dal gonfiabile. Li prendo da parte e dico loro che la situazione mi appare pericolosa. Inizialmente piagnucolano dicendo: “Voglio tornare a giocare!!!”, ma continuo a spiegare e mostrare loro tutte le cose che ho notato essere pericolose. Sottolineo di comprendere la loro voglia di giocare, e il loro divertimento, e propongo di cercare un altro gioco più sicuro per continuare a divertirci. Con dolcezza mostro loro la situazione. Smettono di lamentarsi, e con mio stupore Giorgia mi dice: “E perché ci hai fatto salire prima, mamma?”.

I bambini ci ascoltano e capiscono molto di più di quello che potremmo pensare. Semplicemente dobbiamo fare in modo che i 2 emisferi del loro cervello in evoluzione siano “connessi” tra di loro, che ci sia integrazione emisferica. L’emotività non deve prendere il sopravvento sulla logica. Giorgia e Gabri desideravano tantissimo giocare sui gonfiabili, il loro desiderio, e il non capire inizialmente perché gli stavo portando via dai gonfiabili stava per prendere il sopravvento, ma poi li ho guidati verso la razionalizzazione della situazione. Non mi stancherò mai di dirlo, in questi casi dobbiamo sempre piegarci alla loro altezza e guardarli negli occhi. È fondamentale. Non ci poniamo come autorità, ma come persona al loro fianco che li accoglie, li comprende e agisce nel migliore dei modi per il loro meglio.

Come avrebbero reagito se avessi tirato corto e avessi detto: “Giù dai gonfiabili, basta giocare!” e al loro perché avessi riposto (come spesso sento dire): “Perché sono vostra madre e decido io!”? Apriti cielo! Avremmo rovinato una serata iniziata con le migliori intenzioni! Musi lunghi nella migliore delle ipotesi, ma molto più probabile urla, lacrime e capricci!

Per concludere, come possiamo trasformare la credenza limitante scritta come titolo di questo articolo? Abbiamo visto che non è vero che i bambini non ci ascoltano e non ci capiscono, siamo noi che sbagliamo nel modo di comunicare con loro, per cui l’obiettivo verso cui ognuno di noi deve tendere è:

TROVO IL MODO MIGLIORE DI COMUNICARE CON MIO FIGLIO

solo titolo

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Ciao a tutti!!

Questo è il numero 0 degli articoli che scriveremo a partire da questa settimana. Oggi vogliamo presentarvi il nostro primo libro Genitori al contrario, che potete prenotare sul sito di Macrolibrarsi:

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Perché dovresti  leggere “Genitori al Contrario”?
Leggendo Genitori al contrario potrai riflettere sull’importanza di portare l’attenzione sui tuoi comportamenti quotidiani verso i tuoi figli. Potrai comprendere quanto sia necessario per te tornare a guardare verso il futuro che hai sempre desiderato, e che magari hai dovuto mettere da parte per affrontare la vita di tutti i giorni.
Potrà esserti capitato di non essere attento nell’educazione e nel rapporto quotidiano con i tuoi figli, ed una parte di te può averti portato a fare cose che non avresti voluto. La bella notizia è che puoi evolvere sempre di più grazie all’esercizio quotidiano, ed esprimere il meglio di te come genitore in ogni momento. E’ un percorso che richiede tempo ed impegno ma al tempo stesso fattibile, e lo potrai verificare grazie ai tanti esempi pratici di vita quotidiana che troverai nelle pagine del libro.
Leggendo scoprirai come sia possibile evadere dalla visione del mondo dettata dalla società in cui vivi e dall’educazione che ti è stata impartita e liberarti dalle credenze limitanti. Crediamo fermamente che se potessi tornare indietro nel tempo, sarebbe un libro che suggeriresti di leggere ai tuoi stessi genitori e avrebbe migliorato la tua vita come figlio.

Ma chi sono i “Genitori al Contrario”?
I Genitori al contrario sono persone amorevoli e curiose, sempre alla ricerca del perché delle cose, che si impegnano a vedere la vita nel suo insieme e da diversi punti di vista. Persone che vogliono vedere OLTRE il comune modo di pensare della società in cui vivono. Grazie  all’osservazione dei tuoi figli, che ti fanno da specchio e che riflettono parti di te che non conosci, potrai esprimerti al meglio come genitore

Cosa puoi imparare da questo libro?
Grazie a questo libro puoi imparare come fare a mettere in contatto la tua mente con il tuo cuore, e saper affrontare quelle resistenze che una  volta superate potranno permetterti di vivere sempre di più un rapporto amorevole con i tuoi figli e con le persone che ti circondano.  Potrai inoltre imparare a conoscere te stesso sempre più profondamente utilizzando i semplici strumenti che ti verranno forniti.

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19dic/15
Babbo-Natalearticolo

Chi si nasconde dietro la figura di Babbo Natale?

Abbi il coraggio di desiderare!

Domenica scorsa sono stata al seminario di Igor Sibaldi, “Le vie dell’Immaginazione” e sono tornata arricchita di nuove conoscenze.

Sono rimasta molto colpita dalla spiegazione dell’evoluzione del CHIEDERE da quando si è bimbi a quando si diventa adulti e vorrei condividerla con voi.

Se siamo a contatto con i bambini, ci rendiamo conto che per loro chiedere è qualcosa di naturale e spontaneo. Ci chiedono “Perché” quando hanno sete di conoscenza, ci chiedono “Prendimi in braccio!” quando hanno bisogno di contatto fisico e di dolcezza, ci chiedono “Ancora!” quando non sono soddisfatti di quanto hanno ricevuto.

Ti ricordi quando eri bambino? Ti ricordi quando facevi delle richieste ai tuoi genitori? Ti ricordi quante volte hai chiesto e ti sei sentito rispondere: “E basta chiedere! Basta coi perché!”

Ti ricordi quando volevi delle coccole e ti sei sentito rispondere; “Non adesso!”. Hai chiesto e non ti è arrivato quello di cui avevi bisogno in quel momento.

Chiedevi, chiedevi e chiedevi.

Chiedevi attenzione e questa non sempre arrivava.

E questo ti faceva stare male. Lo percepivi quasi come un dolore, un colpo al cuore.

Hai collegato il “chiedere” con questo dolore, con questo senso di frustrazione. E mano a mano che crescevi hai dedotto che piuttosto che sentire dolore era meglio chiedere il meno possibile.

E ora da adulto che fai? Non sai più chiedere! E non pensi di meritare.

La felicità assoluta e pulita di quando eri bambino ha lasciato il posto al senso di colpa.

A questo riguardo ti vorrei parlare della figura di Babbo Natale.

Ma chi è Babbo Natale?

Su Wikipedia troviamo la seguente descrizione: “Tutte le versioni del Babbo Natale moderno, chiamato Santa Claus nei paesi anglofoni, derivano principalmente dallo stesso personaggio storico: san Nicola, vescovo di Myra di cui per esempio si racconta che ritrovò e riportò in vita cinque fanciulli, rapiti ed uccisi da un oste, e che per questo era considerato il Protettore dei bimbi. L’appellativo Santa Claus deriva da Sinterklaas, nome olandese di san Nicola.”

Sappiamo anche che il vestito rosso è da attribuire alla Coca-Cola: “Secondo alcuni il vestito rosso di Babbo Natale sarebbe opera della Coca-Cola: originariamente infatti, tale vestito era verde, sarebbe divenuto rosso solo dopo che, negli anni ’30, l’azienda utilizzò Babbo Natale per la sua pubblicità natalizia, e lo vestì in bianco e rosso, come la scritta della sua famosa bibita.”

Ma CHI c’è dietro Babbo Natale?

Babbo Natale è un’ immagine mitologica. Non esiste eppure tutti sanno chi è.

Secondo Igor Sibaldi, dietro Babbo Natale si nasconde un diavolo buoSantaandgoatno. È un diavolo camuffato. Barba, cappellone e stivaloni nascondono le fattezze di un diavoletto con pizzetto, corna e zoccoli. Le corna e gli zoccoli sono però visibili nelle compagne fedeli di Babbo Natale: le renne.

Ma perché è un diavolo camuffato?

Perché va contro i dettami della nostra cultura, diventati poi i dettami della nostra coscienza.

Grazie a Babbo Natale i bambini si devono impegnare a desiderare, ad esprimere (magari scrivendole sulla letterina) le loro tentazioni. Lui è capace di materializzare i desideri.

E come se dicesse: “Abbi il coraggio di desiderare! Mi raccomando, desidera!”

Per noi adulti Babbo Natale è una frottola, proprio per quello che dicevamo poco fa: abbiamo smesso da un bel pezzo di chiedere!

Per i bambini è un insegnante in quando insegna loro a desiderare e in più li induce alla libertà.

Nel nostro strato profondo troviamo ciò che ci è stato inculcato dall’esterno e per cui abbiamo paura di chiedere e di ottenere ciò che desideriamo: possiamo solo meritarci quel tanto che basta, non siamo meritevoli, non va bene chiedere per sé, se otteniamo qualcosa di importante potrebbe capitare qualcosa di brutto a qualcuno che amiamo, come se fortuna e denaro fossero distribuite in quantità limitate tra l’umanità. In sostanza sono paure che ci bloccano.

Se a queste aggiungiamo che ci mettiamo in secondo piano rispetto agli altri, che non vogliamo disturbare e non vogliamo occupare troppo spazio, eliminiamo del tutto la tentazione di Babbo Natale!

Perdendo però la capacità di chiedere, perdiamo la possibilità di ottenere e di essere felici.

Naturalmente non mi riferisco solo a beni di tipo materiale, ma soprattutto all’amore, alla famiglia, all’amicizia, al lavoro della nostra vita, e a tutto ciò che se ottenuto rispettando i nostri desideri ci fa sentire soddisfatti e felici.

Vale la pena superare le nostre resistenze per riappropriarci di quel fuoco che piano piano si è spento, e come per tante altre cose, lo possiamo ritrovare, cercando di riconnetterci con il nostro autentico bambino interiore.

Se hai bisogno di un abbraccio, non aver paura, chiedi.

Se hai bisogno di una carezza, non aver paura, chiedi.

Se hai bisogno di un sostegno, non aver paura, chiedi.

Se hai bisogno di un aiuto, non aver paura, chiedi.

Se hai bisogno di un chiarimento, non aver paura, chiedi.

Se hai bisogno di riposo, non aver paura, chiedi.

Mi raccomando, chiedi, te lo meriti!

“Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.”

Luca 11, 9-10

08dic/15
cosichetiamo

È COSÌ CHE TI AMO!

Come dimostriamo ai figli il nostro amore?

 

Nel libro e in un articolo che ho scritto qualche mese fa (e che puoi leggere qui: http://www.genitorialcontrario.it/ecco-come-ho-scoperto-perche-listinto-di-mamma-e-cosi-fondamentale-per-la-salute-dei-nostri-figli/), ho parlato di quanto sia importante per i bambini sentirsi amati e quanto incida sul loro benessere anche in età adulta.

Ma come dimostriamo ai nostri bambini il nostro amore?

Proviamo a metterci nei loro panni, di cosa hanno bisogno?

Penso che queste possano essere le loro richieste:

giocaconme

 

Cosa si aspettano da noi?

Amore e affetto.

Sembra una cosa ovvia, ma non sempre ne doniamo abbastanza presi dagli impegni della vita quotidiana.

Un abbraccio in più, una stretta forte forte, un bacione sulla fronte possono fare la differenza e farlo sentire amato e a sua volta sarà in grado di fornire affetto a chi gli sta intorno, fratellini compresi!

Le coccole non devono mai mancare, parole dolci sussurrate o un “ti amo” urlato al vento!

Ogni giorno dobbiamo dirgli che lo amiamo.

Ieri mattina appena sveglia sono rimasta con i miei tre cuccioli nel lettone a farci le coccole. Ho chiesto loro se sanno quanto li amo. Mi hanno risposto i più grandicelli: “Si, ce lo dici tutti i giorni, ci ami all’infinito!” A quel punto ho pensato, sì belle parole, ma loro hanno il concetto di infinito? Allora sono andata sul pratico e ho così proseguito:

“Avete presente quanto è grande una macchina? Di più!”

“Avete presente quanto è grande una camion? Di più!”

“Avete presente quanto è grande una camion con rimorchio? Di più!”

“Avete presente quanto è grande una casa? Di più!”

“Avete presente quanto è grande un palazzo? Di più!”

“Avete presente quanto è grande il mare? Di più!”

“Avete presente quanto è grande l’oceano? Di più!”

“Avete presente quanto è grande la Terra? Di più!”

“Avete presente quanto è grande l’Universo? Di più!”

“Ecco l’infinito è ancora milioni di volte più grande…eppure non basta…io vi amo ancora di più!”

Che bel sorriso avevano sul volto!

 

Essere ascoltati.

I nostri figli, come noi d’altronde, hanno un estremo bisogno di essere ascoltati.

Il tipo di ascolto che dobbiamo utilizzare è l’ascolto ATTIVO. Se impariamo e ci sforziamo di utilizzare questo sistema comunicativo e diventiamo dei bravi ascoltatori, nostro figlio capirà che stiamo realmente prestando attenzione a lui e a quello che sta dicendo e di conseguenza si sentirà capito, rispettato, considerato, degno di essere ascoltato e AMATO.

Che qualità essenziali dobbiamo allenare per diventare dei bravi ascoltatori con i nostri figli?

  • Essere presente con il cuore e con la mente
  • Non giudicare e non criticare
  • Essere empatici e dare dei feedback emotivi (“capisco come ti stai sentendo”, ecc)
  • Non interrompere e non imporre le soluzioni

 

Proviamo a pensare come ci comportiamo quando i nostri figli ci parlano.

Li ascoltiamo attentamente, oppure li “sentiamo” (con il classico metodo “entra da un orecchio e esce dall’altro”) continuando a fare quello che stavamo facendo?

 

Trascorrere del tempo esclusivo e di qualità con noi.

Inutile dire che i nostri bimbi vorrebbero stare sempre con noi, persino a lavoro se potessero.

Quando siamo con loro quindi facciamo in modo che la nostra presenza sia attiva, vera, partecipe.

L’esserci fisicamente è molto diverso dall’essere presenti.

Condividi con loro i tuoi progetti, i tuoi sogni, rendili partecipi della tua vita. Chiedi la loro opinione. Coinvolgili nelle attività quotidiane.

Trascorri del tempo con ciascun figlio individualmente, facendo scegliere loro l’attività da fare, e fai domande sui loro interessi.

 

Giocare con loro

Per i bambini il gioco è davvero tutto. Lo fanno con impegno e con totale partecipazione emotiva e cognitiva. Adorano condividere con la mamma e il papà questi momenti, sentirsi seguiti e vederci interessati alle loro passioni.

Giocare con loro in maniera libera e partecipata è uno dei più preziosi regali che possiamo fare loro.

 

Essere presenti ai loro eventi importanti.

Partecipa ai momenti importanti della vita dei tuoi bambini.

La prima recita alla scuola materna avviene una volta sola. Perderla è un peccato per te, ma ancor di più per tuo figlio, che in quel giorno non aveva tra il pubblico la persona per lui più importante.

Ricordi ancora l’emozione di quando eri bimbo prima di iniziare la recita e pensare che tra poco la tua mamma e il tuo papà ti avrebbero visto? L’orgoglio ti riempiva il cuore. Recitavi esclusivamente per loro.

I bambini crescono velocemente e saranno grandi prima che tu te ne accorga. Dai il giusto peso a questi eventi.

Ci sono altri modi per dimostrare il nostro amore? Sicuramente! Lasciamo spazio alla fantasia e lasciamo fluire il cuore…ci verranno delle idee per esprimere al meglio tutto l’amore per nostro figlio! Non dimentichiamoci di sorprenderli…anche solo un bigliettino lasciato nel suo diario che vedrà solo quando lo aprirà a scuola…lo lascerà piacevolmente colpito!

Piccoli gesti possono fare una grande differenza!