I bambini ci insegnano l’empatia

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Ieri i nostri bimbi Giorgia, Gabriele e Gaia (rispettivamente di 7, 5 e mezzo e quasi 3 anni) hanno partecipato a una festa di Halloween organizzata in un parco divertimenti per bambini nella zona dove abitiamo.

Tra le varie attività organizzate era prevista una merenda all’interno di un castello rosa, un sogno per le mie principesse, non fosse che per l’occasione era addobbato con allestimenti terrificanti: ragnatele, ragni, topoloni e le animatrici erano travestite da streghe brutte e spaventose. Era la prima festa per la piccola Gaia e già appena arrivati mi accorsi che era decisamente una fra le più piccole. Iniziai a chiedermi se avevo fatto bene a far partecipare anche lei, ma che potevo fare? Come ci sarebbe rimasta se avessi fatto partecipare solo i suoi fratelli più grandi?

I genitori potevano scegliere se rimanere o se andare via. Io sono rimasta, anche perché non sapevo come avrebbe potuto reagire Gaia, che non è mai stata lontana da me, se non per stare qualche ora con i nonni. Osservavo la loro merenda a distanza da una finestra del castello rosa. Giorgia da sorella maggiore responsabile, ha aiutato Gaia ad accomodarsi al suo posto e poi le si è seduta accanto. Sono stati distribuiti i piatti e i bicchieri e hanno mangiato con gusto e tranquillità. Ogni tanto vedevo Giorgia rivolgersi a Gaia dicendole in maniera dolce e gentile: “Ti piace?”. Saranno gli ormoni della gravidanza in corso, ma queste attenzioni affettuose che ho avuto l’onore di osservare, mi riempivano il cuore di orgoglio e amore e gli occhi di lacrime!

Finito di mangiare, tolto piattini e bicchieri, le animatrici hanno consegnato delle maschere da colorare e dei pastelli a cera. Giorgia si è assicurata che Gaia avesse i colori che desiderava per la sua maschera e poi hanno iniziato a colorare. Gabriele, che era seduto vicino a Giorgia, ha chiesto un paio di volte alla sua sorellina se voleva aiuto, ma Gaia non ne aveva bisogno e si stava divertendo a colorare il suo mostro di blu…il suo colore preferito!

Improvvisamente qualche bimbo più grandino e un po’ burlone, ha deciso di fare uno scherzetto e ha spento la luce facendo il verso del fantasma. Saranno stati solo 3 secondi di buio, ma avevo paura che Gaia si fosse spaventata. Appena riaccese le luci ho visto Giorgia che avvolgeva Gaia in un abbraccio rassicurante, poi hanno allentato l’abbraccio e guardandosi in viso si sono messe a ridere.

Dopo qualche minuto stessa scena: luce che si spegne e Giorgia con la mano sulla schiena di Gaia, come a dirle “sono qui, non aver paura, è solo uno scherzo!”.

Finita la festa, tornando in auto verso casa, i bambini ci raccontavano quanto si erano divertiti tra baby dance con Minnie e Topolino, giostrine e gonfiabili. Gaia mi raccontava a parole sue cosa aveva mangiato e che aveva colorato la maschera di blu. Parlando della festa chiesi se si erano spaventati quando sono state spente le luci, e Gaia mi ha risposto che aveva avuto un po’ di paura ma c’era Giorgia che la aveva abbracciata e la paura era passata subito.

Erano naturalmente esausti quando siamo tornati a casa, era abbastanza tardi, e c’era la cena ancora da preparare. Io e Fede ci siamo messi subito all’opera per tirare su una cena veloce. Avevamo avanzato della pizza la sera prima. Il tempo di scaldarla in forno e Gaia iniziava a piagnucolare che non la voleva. A quel punto abbiamo tirato fuori l’asso nella manica: le mozzarelline che Gaia adora! Ma niente, neppure quelle le andavano bene. Continuava a dire che aveva fame, ma non mangiava. Certamente era per la troppa stanchezza che si comportava così…e sicuramente per un scarso comportamento di ascolto e assenza totale di empatia sia da parte mia che da mio marito, entrambi stanchi per la giornata impegnativa. Ma attenzione perché qui viene il bello, già sapevo di essere fortunata, ma non pensavo così…si avvicina Giorgia alla piccola Gaia. Le dice di contare i pezzi di pizza. Sono 4. Allora le dice: “Facciamo un gioco, io faccio la conta e il pezzo di pizza che viene fuori, tu gli dai un morso”.

Gaia dice di sì e le si illumina il viso. Iniziano a fare la conta: “Ambaraba ciccì coccò, tre civette sul comò…”

Anche a Gabri interessa il gioco e inizia a fare la stessa cosa con le mozzarelline.

Il gioco è continuato fino a che davvero la pancia di Gaia non è stata piena…la cena era salva! Non avrei saputo fare di meglio neppure nel pieno delle mie facoltà fisiche e mentali!

Giorgia ha trovato un diversivo per cambiare lo stato mentale della sorella e portarla in uno stato d’animo allegro e collaborativo. E non è la prima volta che il suo metodo funziona! Spesso Gaia si calma e torna in integrazione emisferica grazie alle azioni rivolte verso di lei da Giorgia. E quando ancora Gaia era troppo piccola per esprimersi a parole, o utilizzava parole poco comprensibili, Giorgia era la mia interprete, con la sua enorme capacità di provare empatia, sapeva esattamente quali erano i bisogni e le richieste della sorellina e me li comunicava, quando io non li comprendevo appieno.

Se fossimo costantemente più empatici la relazione con i nostri figli sarebbe sicuramente diversa, ma presi tra mille impegni quotidiani, responsabilità e perché no, anche da stanchezza fisica e mentale, spesso ci allontaniamo dall’ascoltare con il cuore, ci chiudiamo in noi stessi e andiamo in modalità “risparmio energetico”, senza renderci conto che è in realtà è molto più faticoso gestire situazioni sfuggite di mano, come capricci per cose apparentemente molto banali, che gestire il più costantemente possibile la nostra giornata a “cuore aperto”, lasciando fluire le informazioni che ci giungono da chi abbiamo di fronte e che passano prima dall’analisi del nostro cuore, e poi dalla alleata mente, che ci consente di razionalizzare e agire coscientemente con azioni appropriate e perfette per chi è venuto in contatto con noi. Le parole giuste fanno la differenza, l’accogliere le emozioni, le necessità e i bisogni con apertura mentale e ascolto, l’accompagnare con dolcezza verso una nuova forma mentis, non sono poi così difficili da mettere in atto se siamo connessi con il nostro cuore e quello dell’altra persona.

Poche azioni ben fatte cambiano il susseguirsi degli eventi.

Stamattina Gabriele non voleva alzarsi dal letto per andare a scuola. Conosco la sua pigrizia e so che superata questa poi non lo ferma più nessuno e va più che volentieri a scuola. Come potevo agire di fronte al suo rifiuto ad alzarsi? In maniera brusca potevo alzare la voce, dicendo di non fare storie e prenderlo in braccio portandolo in bagno. Cosa avrei ottenuto? Probabilmente che alla mia prima distrazione sarebbe ritornato sotto le coperte, generando una escalation di situazioni che avrebbero portato solo nervosismo in me e sentirsi obbligato in lui. Cosa ho fatto invece? Ho utilizzato la stessa strategia del “ti distraggo dal tuo blocco” che aveva usato Giorgia con Gaia. Ho preso i suoi vestiti dall’armadio, glieli ho appoggiati sul letto e gli ho proposto un gioco: “Io conto fino a 150, vediamo se in questo lasso di tempo riesci a cambiati stando sotto le coperte. Ora esco dalla stanza, quando arrivo a 150 torno e vediamo se sei vestito.” Sono  uscita e tra le risatine delle sorelline che assistevano alla “gara” di Gabri, velocemente si vestiva! Arrivata a 150 sono tornata dicendo “Vediamo se Gabri ce l’ha fatta”, e lui è sbucato da sotto le lenzuola perfettamente vestito, con un sorriso a mille denti e esclamando “Tatan!”. Gli ho fatto i complimenti, ci siamo abbracciati e l’ho accompagnato in bagno per la pipì e tutto il resto. E’ andato a scuola felice e con il sorriso.

Le nostre azioni determinano la nostra realtà. Possiamo decidere di vivere le situazioni quotidiane con estrema fatica, oppure possiamo decidere di giocare con la nostra vita.

Ma che cos’è l’empatia?

L’empatia è la capacità di “mettersi nei panni” dell’altro, vale a dire di percepire le emozioni e i sentimenti delle persone con cui entriamo in contatto e in relazione.

Empatia significa "sentire dentro". Ad alcune persone viene istintivo e naturale essere empatiche, altre fanno più fatica, e sono soprattutto quelle che non sono state abituate ad ascoltare le proprie e le altrui emozioni.

Fin da piccolina Giorgia ha mostrato di avere molto accentuata questa attitudine a offrire la propria attenzione per un'altra persona, naturalmente verso i bambini e i suoi fratelli in particolare, tanto da anticipare spesso quelli che possono essere i sentimenti e le emozioni degli altri in base ad una determinata situazione.

M. L. Hoffman parla di empatia come qualcosa che compare nella consapevolezza del bambino fin dai primi anni di vita e sostiene che madre e padre dovrebbero imparare anch'essi ad essere soggetti empatici, incrementando la sensibilità e non la punizione. Per raggiungere ciò devono educare ai valori dell'altruismo, dell'apertura verso il prossimo, in modo tale che il figlio impari a capire e condividere il punto di vista altrui.

Sono certa che l’empatia con una adeguata educazione di pensiero e affettività da parte di genitori in primo luogo e scuola, in secondo luogo, può certamente essere coltivata e nutrita laddove non già presente spontaneamente. Probabilmente scongiurerebbe molti episodi di bullismo. Sicuramente a monte è necessario fare un buon lavoro sul riconoscimento e accettazione delle proprie emozioni. Se ti interessa questo argomento puoi leggere il nostro articolo "Il gioco delle emozioni per bambini" letto da più di 10000 genitori.

A proposito di scuola, vi riporto un estratto tratto da Wikipedia, riguardo il lavoro di determinazione dei criteri per stabilire quanto un insegnante sia più empatico di un altro di Fortuna e Tiberio (1999). [Nel caso sia più empatico, il docente è contraddistinto da una maggiore propensione a elogiare e premiare gli studenti che se lo meritano, più che a denigrare o svalutare coloro che non riescono a portare a termine un risultato. Inoltre sanno accogliere e guidare gli studenti che esprimono liberamente i propri sentimenti, incentivando le discussioni condivise in aula. Tali maestri non ricorrono all'atteggiamento autoritario, ma sono capaci di valorizzare i propri alunni, facendo emergere la loro creatività. Molto importante è il fatto che gli alunni che collaborano con insegnanti empatici abbiano un livello di autostima più alto e un concetto di sé sociale più positivo, senza contare che anche a livello sociale gli alunni si prestano molto più ad essere collaborativi, perché capiscono qual è il comportamento più rispettoso da tenere all'interno di un gruppo. L'empatia non è presente però in tutti gli insegnanti, essi stessi infatti ritengono che essa sia una sorta di caratteristica individuale più o meno esercitata nel tempo. Essa emerge soprattutto all'interno delle classi poco numerose. Condizione necessaria è che si instauri tra insegnante e alunni un rapporto di fiducia, positivo, cooperativo e volto all'ascolto reciproco.

Come sarebbe diversa la nostra realtà se chi ci circonda e noi per primi, riuscissimo a tenere alto il nostro livello di empatia? Riuscite ad immaginare la serenità sul volto dei nostri bambini se noi genitori, se la maestra, se l’allenatore, se la cassiera del supermercato, costantemente fossero empatici perché a loro volta il loro partner, i loro genitori, il loro capo, i loro colleghi lo sono con loro?

Come cambierebbe la qualità della vita? Un mondo gentile e accogliente è quello che sogno per i miei figli. Spero non perdano mai questa tendenza all’empatia, ma che diventi sempre più parte di loro e possano essere ricambiati affinché un fiume di amore invada questo pianeta.

 

Fortuna F., Tiberio A., Il mondo dell'empatia. Campi di applicazione, Franco Angeli 1999

Hoffman M., Empatia e sviluppo morale, Il Mulino

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