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Questa è la pagina dedicata al diario sulla crescita dei nostri bambini

Il gioco scaccia paura

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Come ho scritto nell’ultimo articolo “Una strategia semplice semplice per sconfiggere la paura nei bambini”, in questo periodo il tema in casa Parena-Barra è la PAURA!

Anche Gabri ha portato a casa da scuola una bella paura! I suoi compagni hanno ben pensato di parlare di film horror, e ora Gabri ha una folle paura per Chucky…la bambola assassina!

E che paura entrare in cameretta…dove sono presenti le bambole delle sue sorelle!

Anche andare al bagno è un incubo…ha paura che compaia qualche mostro da dietro la tenda della doccia. A niente è servito tirare su la tenda in modo che si vedesse dietro. Ora quando Gabri ha bisogno di andare in bagno…si va in gruppo! Io lo accompagno e poi il piccolo Gioele, che cerca sempre la mamma, ci raggiunge.

Non parliamo poi se Gabri ha bisogno di andare nella camera da letto di mamma e papà…missione impossibile…bisogna superare la camera dei bimbi, con tanti possibili nascondigli per una bambola che vuole seminare il panico in casa nostra tra armadioni e letti di cui con le coperte non si vede sotto.

“No, no! Io non ci vado!”

Addormentamento di diritto con il papà come fosse un enorme orsacchiotto a cui toccare il collo e accarezzare i capelli, con il viso rivolto contro il petto del papà quasi a soffocare.

E se si sveglia nel cuore della notte quando papà ha raggiunto la sua postazione accanto alla mamma?

“MAMMAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA! VIENIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII”

“Amore sono nel lettone con Gioele, che sta prendendo il seno”

“PAPAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA’! VIENIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII”

E Federico si alza e raggiunge il bimbo impaurito per dargli conforto.

Bene. Per quanto possiamo andare avanti cosi?

E’ il momento di intervenire.

Il ragionamento logico non ha assolutamente funzionato.

Quando i bambini hanno paura (in realtà anche gli adulti qualche volta), questa è irrazionale.

Possiamo stare giorni ad ammattire dicendo che non esistono le bambole assassine, che i film horror sono una invenzione e che le bambole delle sue sorelle rimangono ferme nell’angolo fino a che qualcuno non le prende e le sposta.

Ma la paura RESTA.

Che fare allora?

Come ho già scritto nel precedente articolo “Una strategia semplice semplice per sconfiggere la paura nei bambini” dobbiamo stabilire una connessione con nostro figlio. Lui si deve fidare cecamente di noi. E poi bypassare la logica. E come possiamo fare entrambe le cose? Attraverso il GIOCO!

Quindi ora ti svelo il gioco che ho messo in atto per consentire a Gabriele di sconfiggere la sua paura.

Fermo restando i principi: non sminuire le sue paure, accogliere con amore le sue preoccupazioni, anche se ai nostri occhi possono apparire assurde, creare legame empatico.

 

Fase 1.

Sedersi su un posto comodo per tutti i partecipanti, ad esempio un divano o il lettone. E la mamma o il papà iniziano a parlare delle paure che avevano da piccoli.

“Quando ero piccola, avevo paura che ci fosse qualcuno di spaventoso nella camera della mia mamma e del mio papà, perchè la nonna per non far entrare polvere in camera loro tirava sempre giù le tapparelle e a parte qualche ora al mattino, quella camera rimaneva sempre in penombra. Il problema era quando dovevo andare al bagno, che era proprio accanto alla camera dei nonni.

Allora che facevo? Cercavo di non dare mai le spalle alla camera e entravo velocissimamente in bagno. Ero contenta una volta in bagno, perchè ce l’avevo fatta. Il problema era poi uscire dal bagno! Appena varcata la soglia del bagno correvo a gambe levate senza voltarmi indietro e arrivavo in cucina a tutta velocità’. E nella mia testa pensavo –WOW! Ce l’ho fatta!

E sai amore mio cosa ho scoperto quando sono diventata grande? Che ho sofferto tanto in quegli anni per niente, non è mai sbucato niente dalla camera da letto dei nonni. Ho rovinato tanti momenti che potevano essere sereni, per una cosa che esisteva solo nella mia testa.”

Ancora meglio se tutto il racconto è farcito da facce che indicavano il nostro terrore

E il top è mimare la scena! Come si è messo a ridere Gabri quando gli ho fatto vedere come correvo a gambe levate! Serve per smorzare la tensione e la risata ci aiuta a rilassare i muscoli contratti dal momento di turbamento.

 

Fase 2.

Chiedere al bambino cosa gli fa paura.

Ascoltare cosa ha da dirci, accogliendo le sue parole, e ripeterle, per far vedere al bambino che siamo attenti, che stiamo elaborando e che non lo stiamo giudicando.

Non fare sorrisi o scherzare in questa fase. Per il bimbo è un momento molto serio e non deve avere il sentore che possiamo sbeffeggiarlo e prenderlo in giro.

E’ una fase cruciale. Lui in questo momento si affida completamente a noi. Non possiamo deluderlo.

 

Fase 3.

Farsi vedere tranquilli. Porre la fatidica domanda:

“Guardami negli occhi. Come mi vedi? Ti sembro spaventata? Pensi che se ci fosse un reale pericolo per te, mamma sarebbe preoccupata?”

 

Fase 4.

Il gioco vero e proprio.

Come ho già detto in Genitori al Contrario e in altri miei articoli, il gioco è un alleato nella vita dei bambini. Attraverso il gioco possono anche essere superate le proprie paure, e ristabilire il livello di ansia.

Dai miei studi, ho dedotto che per aiutare Gabriele, avevamo bisogno di ridimensionare in maniera veloce la sua preoccupazione verso i mostri che si possono nascondere sotto il letto o sotto l’armadio, per cui ho ideato un gioco da fare con lui, composto da più step.

Step1: Ho chiesto a Gabriele di disegnare su più fogli come si immagina i mostriciattoli, o le bambole assassine che secondo lui potrebbero comparire da un momento all’altro per spaventarlo. Poi abbiamo colorato e ritagliato queste losche figure.

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Step 2: Gli ho detto di andare a posizionarli una nell’armadio, una sotto il letto e l’altra dietro la tenda della doccia e li abbiamo lasciati li.

Step 3. Ora era il momento di tornare in salotto e con la complicità delle sue sorelle che lo hanno distratto leggendo insieme il libro “il colore delle emozioni”, io sono andata a prendere i mostriciattoli e li ho “ridicolizzati”, nel senso che ho disegnato elementi che li rendevano non più minacciosi, ma simpatici e divertenti. Ho fatto questo su 2 dei 3 mostriciattoli. Ti spiegherò più avanti perche su solo 2 e non su tutti e 3.

 Poi li ho rimessi nel posto in cui erano prima.

Step 4. Invito Gabriele a ritornare a vedere se ci sono ancora i mostriciattoli.

Gabri apre per primo l’armadio e…scoppia a ridere vedendo il suo mostriciattolo che è diventato tutt’altro che spaventoso. Guarda anche quello sotto al letto e scoppia a ridere.

Poi ci dirigiamo verso il bagno dove c’era il terzo mostriciattolo dietro la tenda della doccia. Questo non lo avevo modificato di proposito. Lo prendo io e gli dico che ora è giunto il momento per Gabri di essere artefice della trasformazione della sua paura, e andiamo in salotto a prendere colori, forbici e colla per modificarlo!

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Step5. Ora Gabri ha in mano tutti i suoi mostriciattoli. A quel punto gli dico:

“Gabri hai visto? I mostriciattoli sono frutto della tua fantasia, e dato che non è realtà tu e solo tu puoi decidere come vuoi che siano questi mostriciattoli! Hai visto come sono simpatici adesso?

Ti fanno ancora paura così?

La sua risposta è stata no.

“Che cosa ne facciamo adesso di questi mostriciattoli? Li buttiamo, li bruciamo, li vuoi usare per giocare? ”

“No, mamma. Li appendo in camera. Così quando li vedo mi ricordo che la mia mente può immaginare anche cose divertenti e che non fanno paura”

Il valore aggiunto di questo gioco è stato quello di permettere al bambino di disegnare elementi simpatici sul mostro e trasformarlo in modo che non faccia più paura, in questo modo il processo viene interiorizzato ancora più in profondità.

Una strategia semplice semplice per sconfiggere la paura nei bambini

Una strategia semplice semplice per sconfiggere la paura nei bambini

Come l’ascolto e il racconto può far ritornare la serenità nel tuo bambino, anche se sembra veramente in ansia e spaventato.

Pochi giorni fa ho notato un atteggiamento strano in Giorgia, la nostra bimba di 8 anni. Sono molto fortunata al riguardo, poichè Giorgia è una bimba che si confida molto e che se le pongo delle domande risponde di buon grado e mi racconta per filo e per segno cosa la turba.

Qualche giorno fa a scuola hanno fatto vedere a tutti gli alunni un filmato sulla vita di Sadako Sasaki, sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima del 6 agosto 1945 e poi morta per leucemia 10 anni più tardi.

Probabilmente buttato lì tra un compito di matematica e la lezione di educazione artistica, i bambini non hanno avuto tempo e modo di comprenderlo e di fare domande per contestualizzarlo e metabolizzarlo.

sadakoAlmeno così è stato per Giorgia. Le è rimasta addosso una grande paura. Nella sua mente scorrevano mille domande che per fortuna mi ha poi posto. Erano domande a cui da sola non sapeva e poteva darsi risposta. Mi ha chiesto sulla guerra. Sul perchè esistano le guerre e se attualmente siamo in pericolo. Mi ha chiesto sulla malattia di Sadako. Mi ha chiesto della bomba di Hiroshima.

In pratica si è sentita minacciata nella sua sicurezza.

Appena tornata da scuola era davvero spaventata. Tanto che nella mia testa mi rimbalzavano nella testa due pensieri contrapposti. Inizialmente mi chiedevo che coraggio avevano avuto a scuola a far vedere un filmato del genere a dei bambini delle elementari. Dall’altra mi sembrava che Giorgia stesse esagerando!

Inoltre non sapevo che filmato avesse visto, per cui non sapevo nè se vi erano immagini esplicite nè come veniva trattato l’argomento. Ho poi visionato il filmato chiedendo a Gabriele di indicarmelo su youtube nel momento in cui Giorgia era uscita per andare a lezione di danza, dato che non voleva fosse visto in sua presenza per il tumulto interno che le creava.

Sottolineo il fatto che Gabriele, forse perchè più piccolo, non era stato per niente turbato dal video.

Trovate il video a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=7HaZeUQQzrw

Dopo lo smarrimento iniziale, decido di fare qualcosa. Ma quel giorno non fu possibile, poiché Giorgia arrivò da danza molto stanca e dopo una cena veloce si coricò subito a letto.

Al mattino mi dice di provare ancora angoscia per il filmato di Sadako. E così anche appena uscita da scuola.

Tornata da scuola, mi ritaglio una mezzoretta per stare da stare sola con lei.

Mi “connetto” a lei, vale a dire che ristabilisco il legame profondo, di fiducia e unico che ho con lei (non è qualcosa che si può creare da zero in 5 minuti, però è qualcosa su cui si può lavorare seguendo i principi che trovi sul libro Genitori al contrario ). In poche parole mi avvicino a lei, la abbraccio e le faccio alcune domande su qualcosa di tranquillo e rassicurante per lei, come un libro letto che le piace molto, o il suo telefilm preferito.

Mi pongo al suo livello e la guardo negli occhi. La faccio ridere con qualche battuta. E poi il discorso è proseguito più o meno cosi:

“sai a proposito del video di Sadako? Stavo pensando che quando avevo la tua età anche io avevo una grandissima paura….”

Ho proseguito raccontando la mia paura. Giorgia mi guardava negli occhi mentre ci tenevamo per mano.

Poi è stato il suo turno e mi ha raccontato tutto quello che le stava turbando. Ho accolto tutte le sue parole, non l’ho giudicata e non l’ho sminuita. Tutto ciò che mi stava dicendo l’ho accolto come un regalo. Stava aprendo il suo cuore. E anche se per un adulto potevano sembrare paure sciocche e infondate, per lei erano motivo di grande preoccupazione.

Avevo due possibilità:

  1. dirle che non c’era assolutamente nulla di cui aver paura. Che le sue paure non hanno ragione di esistere. Con il risultato che non si sarebbe sentita capita, ma giudicata e in dovere di evitare le sue paure senza affrontarle (ma sono come un peperone…se non le digerisci…si ripresentano)
  2. accogliere con empatia tutto quello che mi stava dicendo, senza giudicare, ma anzi pormi al suo livello, raccontando delle mie paure di quando ero piccola e facendoci due risate sulle mie paure, e che queste non avevano ragione di esistere e che ho sofferto per nulla per un sacco di tempo senza che si siano mai verificate.

Naturalmente ho scelto la seconda strada.

Le ho chiesto di guardarmi bene bene negli occhi. Di guardare se nei miei occhi poteva vedere preoccupazione. Il fatto che mi vedesse tranquilla le ha fatto capire che non c’era nessuna minaccia per lei e per i suoi fratelli. E che con tutto il cuore e l’amore che c’è dentro una mamma, poteva dire alla sua paura di allontanarsi. Che Giorgia è al sicuro.

Con un lungo respiro ha soffiato via la sua paura e siamo tornate dal resto della famiglia.

Ieri mentre preparavo la cena è entrata in cucina.

“Mamma”

“si amore?”

“Non ho piu’ paura della storia di Sadako”

I bambini ci insegnano l’empatia

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Ieri i nostri bimbi Giorgia, Gabriele e Gaia (rispettivamente di 7, 5 e mezzo e quasi 3 anni) hanno partecipato a una festa di Halloween organizzata in un parco divertimenti per bambini nella zona dove abitiamo.

Tra le varie attività organizzate era prevista una merenda all’interno di un castello rosa, un sogno per le mie principesse, non fosse che per l’occasione era addobbato con allestimenti terrificanti: ragnatele, ragni, topoloni e le animatrici erano travestite da streghe brutte e spaventose. Era la prima festa per la piccola Gaia e già appena arrivati mi accorsi che era decisamente una fra le più piccole. Iniziai a chiedermi se avevo fatto bene a far partecipare anche lei, ma che potevo fare? Come ci sarebbe rimasta se avessi fatto partecipare solo i suoi fratelli più grandi?

I genitori potevano scegliere se rimanere o se andare via. Io sono rimasta, anche perché non sapevo come avrebbe potuto reagire Gaia, che non è mai stata lontana da me, se non per stare qualche ora con i nonni. Osservavo la loro merenda a distanza da una finestra del castello rosa. Giorgia da sorella maggiore responsabile, ha aiutato Gaia ad accomodarsi al suo posto e poi le si è seduta accanto. Sono stati distribuiti i piatti e i bicchieri e hanno mangiato con gusto e tranquillità. Ogni tanto vedevo Giorgia rivolgersi a Gaia dicendole in maniera dolce e gentile: “Ti piace?”. Saranno gli ormoni della gravidanza in corso, ma queste attenzioni affettuose che ho avuto l’onore di osservare, mi riempivano il cuore di orgoglio e amore e gli occhi di lacrime!

Finito di mangiare, tolto piattini e bicchieri, le animatrici hanno consegnato delle maschere da colorare e dei pastelli a cera. Giorgia si è assicurata che Gaia avesse i colori che desiderava per la sua maschera e poi hanno iniziato a colorare. Gabriele, che era seduto vicino a Giorgia, ha chiesto un paio di volte alla sua sorellina se voleva aiuto, ma Gaia non ne aveva bisogno e si stava divertendo a colorare il suo mostro di blu…il suo colore preferito!

Improvvisamente qualche bimbo più grandino e un po’ burlone, ha deciso di fare uno scherzetto e ha spento la luce facendo il verso del fantasma. Saranno stati solo 3 secondi di buio, ma avevo paura che Gaia si fosse spaventata. Appena riaccese le luci ho visto Giorgia che avvolgeva Gaia in un abbraccio rassicurante, poi hanno allentato l’abbraccio e guardandosi in viso si sono messe a ridere.

Dopo qualche minuto stessa scena: luce che si spegne e Giorgia con la mano sulla schiena di Gaia, come a dirle “sono qui, non aver paura, è solo uno scherzo!”.

Finita la festa, tornando in auto verso casa, i bambini ci raccontavano quanto si erano divertiti tra baby dance con Minnie e Topolino, giostrine e gonfiabili. Gaia mi raccontava a parole sue cosa aveva mangiato e che aveva colorato la maschera di blu. Parlando della festa chiesi se si erano spaventati quando sono state spente le luci, e Gaia mi ha risposto che aveva avuto un po’ di paura ma c’era Giorgia che la aveva abbracciata e la paura era passata subito.

Erano naturalmente esausti quando siamo tornati a casa, era abbastanza tardi, e c’era la cena ancora da preparare. Io e Fede ci siamo messi subito all’opera per tirare su una cena veloce. Avevamo avanzato della pizza la sera prima. Il tempo di scaldarla in forno e Gaia iniziava a piagnucolare che non la voleva. A quel punto abbiamo tirato fuori l’asso nella manica: le mozzarelline che Gaia adora! Ma niente, neppure quelle le andavano bene. Continuava a dire che aveva fame, ma non mangiava. Certamente era per la troppa stanchezza che si comportava così…e sicuramente per un scarso comportamento di ascolto e assenza totale di empatia sia da parte mia che da mio marito, entrambi stanchi per la giornata impegnativa. Ma attenzione perché qui viene il bello, già sapevo di essere fortunata, ma non pensavo così…si avvicina Giorgia alla piccola Gaia. Le dice di contare i pezzi di pizza. Sono 4. Allora le dice: “Facciamo un gioco, io faccio la conta e il pezzo di pizza che viene fuori, tu gli dai un morso”.

Gaia dice di sì e le si illumina il viso. Iniziano a fare la conta: “Ambaraba ciccì coccò, tre civette sul comò…”

Anche a Gabri interessa il gioco e inizia a fare la stessa cosa con le mozzarelline.

Il gioco è continuato fino a che davvero la pancia di Gaia non è stata piena…la cena era salva! Non avrei saputo fare di meglio neppure nel pieno delle mie facoltà fisiche e mentali!

Giorgia ha trovato un diversivo per cambiare lo stato mentale della sorella e portarla in uno stato d’animo allegro e collaborativo. E non è la prima volta che il suo metodo funziona! Spesso Gaia si calma e torna in integrazione emisferica grazie alle azioni rivolte verso di lei da Giorgia. E quando ancora Gaia era troppo piccola per esprimersi a parole, o utilizzava parole poco comprensibili, Giorgia era la mia interprete, con la sua enorme capacità di provare empatia, sapeva esattamente quali erano i bisogni e le richieste della sorellina e me li comunicava, quando io non li comprendevo appieno.

Se fossimo costantemente più empatici la relazione con i nostri figli sarebbe sicuramente diversa, ma presi tra mille impegni quotidiani, responsabilità e perché no, anche da stanchezza fisica e mentale, spesso ci allontaniamo dall’ascoltare con il cuore, ci chiudiamo in noi stessi e andiamo in modalità “risparmio energetico”, senza renderci conto che è in realtà è molto più faticoso gestire situazioni sfuggite di mano, come capricci per cose apparentemente molto banali, che gestire il più costantemente possibile la nostra giornata a “cuore aperto”, lasciando fluire le informazioni che ci giungono da chi abbiamo di fronte e che passano prima dall’analisi del nostro cuore, e poi dalla alleata mente, che ci consente di razionalizzare e agire coscientemente con azioni appropriate e perfette per chi è venuto in contatto con noi. Le parole giuste fanno la differenza, l’accogliere le emozioni, le necessità e i bisogni con apertura mentale e ascolto, l’accompagnare con dolcezza verso una nuova forma mentis, non sono poi così difficili da mettere in atto se siamo connessi con il nostro cuore e quello dell’altra persona.

Poche azioni ben fatte cambiano il susseguirsi degli eventi.

Stamattina Gabriele non voleva alzarsi dal letto per andare a scuola. Conosco la sua pigrizia e so che superata questa poi non lo ferma più nessuno e va più che volentieri a scuola. Come potevo agire di fronte al suo rifiuto ad alzarsi? In maniera brusca potevo alzare la voce, dicendo di non fare storie e prenderlo in braccio portandolo in bagno. Cosa avrei ottenuto? Probabilmente che alla mia prima distrazione sarebbe ritornato sotto le coperte, generando una escalation di situazioni che avrebbero portato solo nervosismo in me e sentirsi obbligato in lui. Cosa ho fatto invece? Ho utilizzato la stessa strategia del “ti distraggo dal tuo blocco” che aveva usato Giorgia con Gaia. Ho preso i suoi vestiti dall’armadio, glieli ho appoggiati sul letto e gli ho proposto un gioco: “Io conto fino a 150, vediamo se in questo lasso di tempo riesci a cambiati stando sotto le coperte. Ora esco dalla stanza, quando arrivo a 150 torno e vediamo se sei vestito.” Sono  uscita e tra le risatine delle sorelline che assistevano alla “gara” di Gabri, velocemente si vestiva! Arrivata a 150 sono tornata dicendo “Vediamo se Gabri ce l’ha fatta”, e lui è sbucato da sotto le lenzuola perfettamente vestito, con un sorriso a mille denti e esclamando “Tatan!”. Gli ho fatto i complimenti, ci siamo abbracciati e l’ho accompagnato in bagno per la pipì e tutto il resto. E’ andato a scuola felice e con il sorriso.

Le nostre azioni determinano la nostra realtà. Possiamo decidere di vivere le situazioni quotidiane con estrema fatica, oppure possiamo decidere di giocare con la nostra vita.

Ma che cos’è l’empatia?

L’empatia è la capacità di “mettersi nei panni” dell’altro, vale a dire di percepire le emozioni e i sentimenti delle persone con cui entriamo in contatto e in relazione.

Empatia significa "sentire dentro". Ad alcune persone viene istintivo e naturale essere empatiche, altre fanno più fatica, e sono soprattutto quelle che non sono state abituate ad ascoltare le proprie e le altrui emozioni.

Fin da piccolina Giorgia ha mostrato di avere molto accentuata questa attitudine a offrire la propria attenzione per un'altra persona, naturalmente verso i bambini e i suoi fratelli in particolare, tanto da anticipare spesso quelli che possono essere i sentimenti e le emozioni degli altri in base ad una determinata situazione.

M. L. Hoffman parla di empatia come qualcosa che compare nella consapevolezza del bambino fin dai primi anni di vita e sostiene che madre e padre dovrebbero imparare anch'essi ad essere soggetti empatici, incrementando la sensibilità e non la punizione. Per raggiungere ciò devono educare ai valori dell'altruismo, dell'apertura verso il prossimo, in modo tale che il figlio impari a capire e condividere il punto di vista altrui.

Sono certa che l’empatia con una adeguata educazione di pensiero e affettività da parte di genitori in primo luogo e scuola, in secondo luogo, può certamente essere coltivata e nutrita laddove non già presente spontaneamente. Probabilmente scongiurerebbe molti episodi di bullismo. Sicuramente a monte è necessario fare un buon lavoro sul riconoscimento e accettazione delle proprie emozioni. Se ti interessa questo argomento puoi leggere il nostro articolo "Il gioco delle emozioni per bambini" letto da più di 10000 genitori.

A proposito di scuola, vi riporto un estratto tratto da Wikipedia, riguardo il lavoro di determinazione dei criteri per stabilire quanto un insegnante sia più empatico di un altro di Fortuna e Tiberio (1999). [Nel caso sia più empatico, il docente è contraddistinto da una maggiore propensione a elogiare e premiare gli studenti che se lo meritano, più che a denigrare o svalutare coloro che non riescono a portare a termine un risultato. Inoltre sanno accogliere e guidare gli studenti che esprimono liberamente i propri sentimenti, incentivando le discussioni condivise in aula. Tali maestri non ricorrono all'atteggiamento autoritario, ma sono capaci di valorizzare i propri alunni, facendo emergere la loro creatività. Molto importante è il fatto che gli alunni che collaborano con insegnanti empatici abbiano un livello di autostima più alto e un concetto di sé sociale più positivo, senza contare che anche a livello sociale gli alunni si prestano molto più ad essere collaborativi, perché capiscono qual è il comportamento più rispettoso da tenere all'interno di un gruppo. L'empatia non è presente però in tutti gli insegnanti, essi stessi infatti ritengono che essa sia una sorta di caratteristica individuale più o meno esercitata nel tempo. Essa emerge soprattutto all'interno delle classi poco numerose. Condizione necessaria è che si instauri tra insegnante e alunni un rapporto di fiducia, positivo, cooperativo e volto all'ascolto reciproco.

Come sarebbe diversa la nostra realtà se chi ci circonda e noi per primi, riuscissimo a tenere alto il nostro livello di empatia? Riuscite ad immaginare la serenità sul volto dei nostri bambini se noi genitori, se la maestra, se l’allenatore, se la cassiera del supermercato, costantemente fossero empatici perché a loro volta il loro partner, i loro genitori, il loro capo, i loro colleghi lo sono con loro?

Come cambierebbe la qualità della vita? Un mondo gentile e accogliente è quello che sogno per i miei figli. Spero non perdano mai questa tendenza all’empatia, ma che diventi sempre più parte di loro e possano essere ricambiati affinché un fiume di amore invada questo pianeta.

 

Fortuna F., Tiberio A., Il mondo dell'empatia. Campi di applicazione, Franco Angeli 1999

Hoffman M., Empatia e sviluppo morale, Il Mulino

Ogni cosa a suo tempo

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Da mamma alle volte stanca e spesso pigra (ahimè!) cercavo di contenere la continua voglia di movimento di mio figlio Gabriele mettendolo davanti ad un foglio e attrezzando di matite, pennarelli, pastelli, acquerelli e qualsiasi cosa lo potesse interessare. Tempo di permanenza nella creazione della sua opera d'arte, seppur supportato e incoraggiato : 5 minuti.
Poi normalmente: richiesta di andare in cortile in bicicletta, giocare a pallone, gara di corsa con la sorella maggiore, andare alla ricerca di insetti, lumache, esplorare il fossato, sperimentare qualsiasi cosa gli venisse in mente, fare capriole e acrobazie sul lettone e volere a tutti i costi il nonno per andare nel loro boschetto "dei dinosauri" dove inventavano storie avventurose con fughe mozzafiato per evitare di essere mangiati dai dinosauri e quando tornava il papà da lavoro lotta greco-romana sul lettone come ring. Insomma non stava mai fermo!
Poi ci siamo trasferiti a Tenerife e ha passato per 3 mesi, almeno 2 ore al giorno in piscina. Ha imparato a nuotare, a tuffarsi senza paura, a trattenere il fiato e restare a galla. Si addormentava la sera esausto ma soddisfatto .

E adesso?
Mai e poi mai avrei immaginato che Gabriele, a poco più di cinque anni e mezzo, avesse estremo interesse a trascorrere il suo tempo disegnando, e facendo prove di grafia con estrema curiosità e voglia di imparare. Ieri ad esempio stava sperimentando una strategia da lui messa a punto su come disegnare i pesci nel migliore dei modi. "Vedi faccio una X, poi questa diventa la pinna dietro e questo il corpo…"
Entra in casa dopo essere stato a danza e la prima cosa che fa è prendere carta e pastelli a cera.  E così tutte le volte che rientra a casa. Come se avesse precedentemente soddisfatto il suo bisogno di muoversi, di conoscere il mondo e di conoscere se stesso attraverso il movimento e il suo corpo. Come se avesse acquisito una sicurezza in sé che lo rende più tranquillo e pronto a passare a attività più mentali e ragionate. Ora sente il bisogno di tradurre in immagini le sue emozioni, i suoi vissuti, le sue scoperte e le sue esperienze.
Gabriele attraverso questi anni di continua attività motoria e ludica ha scoperto le sue potenzialità, i suoi limiti, si è allenato a controllare il proprio corpo e le sue espressioni, ha lasciato fluire la sua energia interiore dirigendosi ora verso attività più mentali e riflessive, non abbandonando comunque le sue precedenti attività ludico-motorie. 
Ora vado…Gabriele mi vuole far vedere il disegno che ha appena fatto!

 

E’ ora di cambiare prospettiva

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Forse stai leggendo questo articolo perché hai conosciuto me e Daniela grazie al libro “Genitori al contrario”, attraverso altri articoli che scriviamo periodicamente sul nostro blog, o magari perché semplicemente sei stato attirato da questo curioso soprannome che ci siamo dati: Genitori al Contrario.

Cosa suscita in te questa definizione? Cosa ti risuona? Prima di continuare a leggere prenditi 30 secondi per pensare cosa vuol dire per te essere “Genitore” e come si trasforma pensandolo “al Contrario”. C’è qualcosa nella tua vita per cui ti senti “al Contrario” nel tuo essere genitore? Credo che questo possa essere capitato almeno una volta nella tua esperienza. Quali emozioni ti ha suscitato?

Può darsi che la prima associazione che ti è arrivata alla mente sia stata “andare contro” oppure “fare le cose diversamente dagli altri” e questo può averti portato a confrontarti con preconcetti appresi nella tua famiglia o nella società in cui vivi. Questo può averti fatto soffrire, e può darsi che la tentazione sia stata quella di tornare sui tuoi passi anche se sentivi che fosse il giusto modo di fare le cose.

Hai mai sentito la necessità di cambiare posizione dalla quale vedere il mondo che ti circonda?

E’ ora di cambiare prospettiva.

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Cosa cambierebbe nella tua vita se invece che “andare contro” iniziassi ad “andare verso” qualcosa di nuovo, qualcosa in cui credi veramente? Come potrebbe essere meglio di così?

Queste sono le domande che ci siamo posti Daniela ed io circa sei anni fa, poco dopo la nascita di Giorgia. L’essere diventati genitori ci ha permesso di tornare bambini ed abbiamo iniziato a chiederci il “perché” di tanti aspetti della nostra vita.

Avevamo un lavoro che non ci soddisfava. Perché non poteva essere diverso da così? Chi l’aveva stabilito?

Avevamo idee e preconcetti ben radicati e in cui ci sentivamo al sicuro. E se tutto quello in cui avevamo creduto fino ad allora fosse solo uno dei tanti modi di vedere la vita? Cosa volevamo veramente per noi e per i nostri figli?

Si stava costruendo in noi un’idea di genitorialità che andava verso principi alternativi rispetto a quanto appreso fino a quel momento, una genitorialità in cui:

♥ attraverso l’ascolto dei nostri figli impariamo ad ascoltare noi stessi. ASCOLTALI ED ASCOLTATI

♥ grazie all’osservazione delle nostre emozioni e dei nostri pensieri suscitate dalla relazione con i nostri figli scopriamo parti di noi che non abbiamo mai conosciuto. OSSERVATI E METTITI IN DISCUSSIONE

♥ attraverso la conoscenza dei nostri limiti impariamo a non proiettarli sui nostri figli e a migliorare noi stessi. In questo modo possono esprimere se stessi e non ciò che imparano ad essere, attraverso ciò che noi pensiamo di loro. CONOSCI TE STESSO E LASCIALI LIBERI DI CRESCERE

♥ grazie alla fiducia nell’altro creiamo basi per relazioni stabili. FIDATI DI LORO FINO IN FONDO

♥ grazie al potere delle domande, creiamo dei vuoti che ci risucchiano verso nuove prospettive e nuovi modi di vedere il mondo che ci circonda. REALIZZA I TUOI SOGNI

Se già ti riconosci in quello che scrivo, senti il richiamo verso la nuova direzione che vuoi imprimere al tuo essere genitore, oppure sei incuriosito da questi temi, allora non puoi mancare alla serata che abbiamo voluto creare insieme al nostro editore UnoEditori, tutta dedicata al tema genitorialità secondo questa prospettiva.

Entrerai in contatto con la parte più profonda di te attraverso le tue emozioni e da quel momento in poi vedrai il rapporto con i tuoi figli con occhi diversi.

Per fare in modo che questi concetti vengano integrati facilmente e impressi a livello emozionale arrivando “Dritto al cuore del Genitore” abbiamo pensato di farci aiutare dalla musica e dal teatro. Per fare questo abbiamo invitato Emiliano Toso, biologo e compositore della Translational Music, che attraverso gli strumenti accordati a 432hz comunica direttamente alle nostre cellule attraverso le emozioni. Emiliano suonerà tra le performance di improvvisazione teatrale del gruppo torinese Live! Playback Theatre, che metteranno in scena le emozioni dell’essere genitore. Una serata unica e assolutamente da non perdere per genitori e figli di ogni età.

Ti aspettiamo sabato 30 gennaio alle 21 presso il Centro La Sorgente in via Montemagno 71 a Torino.

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08Dic/15

È COSÌ CHE TI AMO!

Come dimostriamo ai figli il nostro amore?

 

Nel libro e in un articolo che ho scritto qualche mese fa (e che puoi leggere qui: http://www.genitorialcontrario.it/ecco-come-ho-scoperto-perche-listinto-di-mamma-e-cosi-fondamentale-per-la-salute-dei-nostri-figli/), ho parlato di quanto sia importante per i bambini sentirsi amati e quanto incida sul loro benessere anche in età adulta.

Ma come dimostriamo ai nostri bambini il nostro amore?

Proviamo a metterci nei loro panni, di cosa hanno bisogno?

Penso che queste possano essere le loro richieste:

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Cosa si aspettano da noi?

Amore e affetto.

Sembra una cosa ovvia, ma non sempre ne doniamo abbastanza presi dagli impegni della vita quotidiana.

Un abbraccio in più, una stretta forte forte, un bacione sulla fronte possono fare la differenza e farlo sentire amato e a sua volta sarà in grado di fornire affetto a chi gli sta intorno, fratellini compresi!

Le coccole non devono mai mancare, parole dolci sussurrate o un “ti amo” urlato al vento!

Ogni giorno dobbiamo dirgli che lo amiamo.

Ieri mattina appena sveglia sono rimasta con i miei tre cuccioli nel lettone a farci le coccole. Ho chiesto loro se sanno quanto li amo. Mi hanno risposto i più grandicelli: “Si, ce lo dici tutti i giorni, ci ami all’infinito!” A quel punto ho pensato, sì belle parole, ma loro hanno il concetto di infinito? Allora sono andata sul pratico e ho così proseguito:

“Avete presente quanto è grande una macchina? Di più!”

“Avete presente quanto è grande una camion? Di più!”

“Avete presente quanto è grande una camion con rimorchio? Di più!”

“Avete presente quanto è grande una casa? Di più!”

“Avete presente quanto è grande un palazzo? Di più!”

“Avete presente quanto è grande il mare? Di più!”

“Avete presente quanto è grande l’oceano? Di più!”

“Avete presente quanto è grande la Terra? Di più!”

“Avete presente quanto è grande l’Universo? Di più!”

“Ecco l’infinito è ancora milioni di volte più grande…eppure non basta…io vi amo ancora di più!”

Che bel sorriso avevano sul volto!

 

Essere ascoltati.

I nostri figli, come noi d’altronde, hanno un estremo bisogno di essere ascoltati.

Il tipo di ascolto che dobbiamo utilizzare è l’ascolto ATTIVO. Se impariamo e ci sforziamo di utilizzare questo sistema comunicativo e diventiamo dei bravi ascoltatori, nostro figlio capirà che stiamo realmente prestando attenzione a lui e a quello che sta dicendo e di conseguenza si sentirà capito, rispettato, considerato, degno di essere ascoltato e AMATO.

Che qualità essenziali dobbiamo allenare per diventare dei bravi ascoltatori con i nostri figli?

  • Essere presente con il cuore e con la mente
  • Non giudicare e non criticare
  • Essere empatici e dare dei feedback emotivi (“capisco come ti stai sentendo”, ecc)
  • Non interrompere e non imporre le soluzioni

 

Proviamo a pensare come ci comportiamo quando i nostri figli ci parlano.

Li ascoltiamo attentamente, oppure li “sentiamo” (con il classico metodo “entra da un orecchio e esce dall’altro”) continuando a fare quello che stavamo facendo?

 

Trascorrere del tempo esclusivo e di qualità con noi.

Inutile dire che i nostri bimbi vorrebbero stare sempre con noi, persino a lavoro se potessero.

Quando siamo con loro quindi facciamo in modo che la nostra presenza sia attiva, vera, partecipe.

L’esserci fisicamente è molto diverso dall’essere presenti.

Condividi con loro i tuoi progetti, i tuoi sogni, rendili partecipi della tua vita. Chiedi la loro opinione. Coinvolgili nelle attività quotidiane.

Trascorri del tempo con ciascun figlio individualmente, facendo scegliere loro l’attività da fare, e fai domande sui loro interessi.

 

Giocare con loro

Per i bambini il gioco è davvero tutto. Lo fanno con impegno e con totale partecipazione emotiva e cognitiva. Adorano condividere con la mamma e il papà questi momenti, sentirsi seguiti e vederci interessati alle loro passioni.

Giocare con loro in maniera libera e partecipata è uno dei più preziosi regali che possiamo fare loro.

 

Essere presenti ai loro eventi importanti.

Partecipa ai momenti importanti della vita dei tuoi bambini.

La prima recita alla scuola materna avviene una volta sola. Perderla è un peccato per te, ma ancor di più per tuo figlio, che in quel giorno non aveva tra il pubblico la persona per lui più importante.

Ricordi ancora l’emozione di quando eri bimbo prima di iniziare la recita e pensare che tra poco la tua mamma e il tuo papà ti avrebbero visto? L’orgoglio ti riempiva il cuore. Recitavi esclusivamente per loro.

I bambini crescono velocemente e saranno grandi prima che tu te ne accorga. Dai il giusto peso a questi eventi.

Ci sono altri modi per dimostrare il nostro amore? Sicuramente! Lasciamo spazio alla fantasia e lasciamo fluire il cuore…ci verranno delle idee per esprimere al meglio tutto l’amore per nostro figlio! Non dimentichiamoci di sorprenderli…anche solo un bigliettino lasciato nel suo diario che vedrà solo quando lo aprirà a scuola…lo lascerà piacevolmente colpito!

Piccoli gesti possono fare una grande differenza!

GIROTONDO DELLA PACE. Come far tornare la serenità dopo i litigi tra fratelli.

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È pomeriggio. Gaia, la piccolina, dorme da una ventina di minuti. Giorgia e Gabri sono in cameretta a giocare. Ho finito di sistemare la cucina. Prendo dalla libreria il mio ultimo acquisto che non vedo l’ora di leggere. Mi siedo sul divano e finalmente apro il libro. Non faccio neppure in tempo a leggere la prima riga che sento un urlo provenire dalla cameretta: “Gabri vai via! Qui ci sono le MIE bambole!”. Ci risiamo, Gabri ha “osato” entrare nella zona off-limits per tutti. In un angolino tra il suo letto e il muro, Giorgia ha allestito una zona con le sue bambole: Winx, Barbie, Elsa e Anna. Non permette a nessuno (tranne rare eccezioni) di entrare in questa zona. Si può guardare, a debita distanza, ma non oltrepassare la soglia! Come mamma, rispetto questo suo desiderio di avere una angolo tutto per sé in una stanza che condividono in tre. Mi metto nei suoi panni e ricordo quanto anche per me fosse importante avere dei giochi solo miei. Altri li condivide tranquillamente, soprattutto con la sorellina Gaia, ma quell’angolino rappresenta il suo rifugio, dove si immerge con la sua fantasia a creare storie e interazioni tra tutti i suoi personaggi. E’ il suo posto magico, dove rimane sola con sé stessa e scopre le sue emozioni.

D’altra parte capisco anche Gabri, che, più piccolo, richiede le attenzioni della sorella maggiore per giocare. E quale modo migliore se non fare irruzione nella sua zona di gioco?

Mollo il libro e vado in camera.

Giorgia gli chiede di andare via, e lui di contro, si siede in mezzo alle bambole. Parte il primo spintone da parte di Giorgia, Gabri reagisce…e a questo punto mi tocca intervenire per dividerli!

Dopo averli divisi, mi inginocchio e chiedo a entrambi di calmarsi, mentre ancora tra le lacrime Giorgia farfuglia: “è lui, è lui che è venuto vicino al mio letto!”. E Gabri: “è lei che mi ha spinta per prima!”.

Probabilmente anche tu ti sarai ritrovata/o in situazioni simili alla mia e sai come mi sentivo e cosa provavo.

Faccio avvicinare Giorgia ad una spalla e Gabri all’altra. La mia testa in centro e le loro testine una da una parte e l’altra dall’altra. Dico loro di tranquillizzarsi mentre li accarezzo.

Come se non bastasse, Gaia nel trambusto si è svegliata, e mi chiama. Lascio i bimbi per un attimo e vado a prendere Gaia, la consolo, perché non si è svegliata nel migliore dei modi!

Torniamo insieme dai fratellini.

E ora? Ho una bambina in braccio e gli altri 2 ancora da consolare. Che faccio? Devo inventarmi qualcosa!

Mi viene un’idea. So dai miei studi che il movimento, soprattutto quello rotatorio, aiuta l’integrazione emisferica che porterebbe ad uscire da questo stato di non centratura che in questo momento hanno tutti e 3 i miei figli. Propongo di fare quindi un girotondo. E di aggiungere a questo delle azioni e delle parole che ristabiliscano la serenità nel rapporto tra fratelli.

Ecco il testo della nostra canzoncina, con i nomi dei miei bimbi. Ti consiglio di partire dal bambino da cui è iniziato il litigio, o quello che è in quel momento più arrabbiato.

Girotondo girotondo della pace,

se sei Gabri (nome del bambino da cui è partito il litigio), se sei Gabri dai un bacino (il bimbo da un bacino a tutti i componenti del girotondo).

Girotondo girotondo della pace,

se sei Giorgia, se sei Giorgia, fai un saltino.

Girotondo girotondo della pace,

se sei Gaia, se sei Gaia fai un inchino.

Girotondo girotondo della pace,

se sei Mamma, se sei Mamma fai il panino (e ci sia abbraccia tutti stretti stretti).

Poi si può continuare, magari ricominciando la canzoncina e invertendo i nomi in modo che tutti compiano azioni diverse.

I bambini si erano decisamente tranquillizzati e il “girotondo della pace” è piaciuto loro talmente tanto, che abbiamo giocato per diversi minuti. Successivamente hanno richiesto di giocarci in occasioni in cui, già da soli, si erano resi conto che era necessario ristabilire equilibrio tra di loro.

Beh, non resta che provare alla prima occasione 🙂

Daniela

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UN SEMPLICE GIOCO PER COLTIVARE LA GRATITUDINE INSIEME AI TUOI FIGLI

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“Quando al mattino ti svegli, rendo grazie per la luce dell’aurora, per la vita che ti ha dato e per la forza che senti in corpo. Rendi grazie anche per il cibo che ti dà e per le gioie della vita. Se non trovi un motivo per elevare una preghiera di ringraziamento, allora vuol dire che sei in errore”

TECUMSEH (1768 – 1813) CAPO DEI PELLEROSSA SHAWENEE

In questa epoca storica in cui veniamo portati a pensare che tutto vada a rotoli: crisi economica, guerre, attentati e in cui basta mettere il naso fuori casa per entrare in una spirale di negatività, pessimismo, lamentela ed odio, è di estrema utilità focalizzare l’attenzione su quanto di bello accade nella nostra giornata appena trascorsa. Perché ormai si sa, provare gratitudine, fa bene.

Michael McCullough, professore di Psicologia presso l’Università di Miami, dirige il Laboratorio di Evoluzione e Comportamento Umano, nel 2003 comparve sulla rivista Journal of Personality and Social Psychology, un suo studio in cui dimostrò che sforzarsi di tenere conto dei tanti motivi e delle tante persone a cui dobbiamo essere riconoscenti aiuta a sentirsi meglio.

Jeffrey Froh, professore associato alla Hofstra University, studia invece come coltivare la gratitudine e l’essere riconoscenti nei bambini. Si ritiene infatti che “l’essere grati” sia per il 50% dovuto a predisposizione genetica, ma il restante 50% si può apprendere e coltivare. Nei suoi studi (che potete visionare al seguente indirizzo http://greatergood.berkeley.edu/author/jeffrey_froh) propone delle strategie scientificamente fondate per incoraggiare la gratitudine nei bambini, cioè l’apprezzamento per quando qualcuno ha fatto qualcosa di gentile o utile per loro o il riconoscimento delle buone cose e le persone che hanno nella loro vita. Uno degli esercizi utile tanto ai grandi quanto ai bambini è quello di trascrivere su un diario a fine giornata tutti gli episodi accaduti identificabili come “gratitudine”. Naturalmente, specifica il Professore, il genitore, per poter insegnare la gratitudine al proprio figlio, deve essere lui per primo d’esempio, esprimendo nella quotidianità atteggiamenti di gratitudine verso il prossimo attraverso parole (dette a voce o scritte su un biglietto), piccoli doni o dimostrazioni di riconoscenza.

Quando ancora avevo Gaia nel pancione, quindi circa 2 anni fa, Federico ispirato dalla lettura del libro The Magic di Rhonda Byrne, propose di utilizzare una bella pietra che avevamo raccolto in estate sul letto di un fiume e trasformarla in una pietra della gratitudine.

Tanto per iniziare, quindi, cerca un sasso. Fallo oggi stesso. Cercane uno piccolo in modo che possa stare bene in pugno a te e ai tuoi figli. Qualsiasi età abbiano. Bada che sia liscio, senza margini taglienti, non troppo pesante, e che vi stia bene in mano. Può darsi che il sasso sia lì che ti aspetta in giardino; se no cercalo in riva ad un fiume, o lungo un torrente, o in un parco. Oppure fai mente locale se, per caso, il sasso tu non l’abbia già in casa. Quando finalmente avrai trovato la vostra Pietra della Gratitudine, appoggiala sul comodino in una posizione visibile dal letto.

Stasera, prima di addormentarti prendi il sasso, appoggialo sul palmo della mano e chiudi le dita. Invita a far lo stesso al tuo compagno o alla tua compagna e ai tuoi figli.

Può darsi che all’inizio lo vedano come una pratica un po’ strana, e sarà facile che qualcuno di loro si rifiuti di farlo. Non demordere. Il cambiamento non può che partire da te. Quando ti vedranno farlo con costanza saranno portati a seguirti. Per Gabriele infatti, che nel momento in cui abbiamo iniziato questo “gioco”, aveva appena 3 anni, non è stato semplice, si esprimeva già bene a parole, ma le prime volte capitava non volesse partecipare. è sempre stato un bambino molto sensibile e probabilmente ripensare ai momenti più belli della giornata lo portava a uno stato emotivo troppo forte per lui. Ricordiamoci sempre che i bambini vivono al 100% le loro emozioni, che arrivano al loro cuore in maniera diretta, senza filtri. In questi casi naturalmente non lo forzavamo, ma era chiaro che tra sé e sé pensava a cosa essere grato, ma per timidezza o vergogna non aveva piacere di esternarlo a parole.

Giocare al “gioco della gratitudine” è semplice. Ripensa attentamente a quanto di buono ti è accaduto durante la giornata, e individua il fatto migliore di cui essere grato. Pronuncia poi la parola magica Grazie quindi passalo alla persona che hai di fianco.

Ascoltare per cosa sono grati i bambini è un privilegio, che consente di conoscere ancor meglio i propri figli, e capire cosa li rende felici. Risponderanno a volte tirando fuori gesti o parole che mgratitudine-e1357552429643agari abbiamo fatto noi genitori e di cui magari non ci siamo neppure accorti, ed è fantastico! Ad esempio Giorgia qualche giorno fa ringraziò così: “Grazie perché la mamma mi ha abbracciato e dato un bacio prima che iniziassi la lezione di danza”. E’ un gesto che faccio sempre, ma probabilmente quel giorno ne aveva particolarmente bisogno e ha apprezzato la mia presenza e il mio affetto.

Altre volte verranno fuori cose più materiali, un esempio di Gabriele di questi giorni: “Grazie perché oggi papà mi ha regalato il Transformers”.

Spesso il “grazie” avviene per le persone care che gli hanno fatto compagnia durante la giornata. Di frequente Gabri e Giorgia ringraziano così: “Grazie perché oggi sono venuti a casa nostra i nonni e hanno giocato con noi e ci siamo divertiti tanto!”.

Sforzarti ad individuare l’evento migliore della giornata ti obbligherà a ripercorrere tutti gli episodi positivi accaduti, e nel farlo sarai indotto a fare mente locale sui molti bei momenti di cui devi essere grato. Vedrai che ti addormenterai e ti sveglierai il mattino dopo colmo di gratitudine, quella sensazione profonda che ti sia stato fatto dono di qualcosa che da solo non avresti saputo creare.

Grazie, grazie, grazie

Daniela

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D’altra parte siamo cresciuti tutti

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Erano circa le 22.30, alla fine di una delle presentazioni di Genitori al Contrario e mi trovavo a parlare con una maestra di scuola materna venuta a seguire la conferenza.

Durante la presentazione sia io che Daniela avevamo introdotto i principi che stanno alla base di Genitori al Contrario che ti riassumo brevemente qui:

– I nostri figli, come d’altra parte abbiamo fatto anche noi prima di loro, apprendono schemi e convinzioni che derivano dall’ educazione famigliare e culturale

– Grazie all’osservazione dei nostri figli è possibile quindi vedere comportamenti riflessi di cui non ci accorgeremmo

– Per questo motivo noi come genitori, guardandoci allo specchio dei nostri figli, possiamo conoscere meglio noi stessi

– E’ inoltre importante acquisire capacità di comunicazione “cuore a cuore”, che ci mettano in contatto empatico con loro

E’ naturale che questo comporti impegno ed esercizio ed è per questo che abbiamo bisogno di un movente molto forte per apportare questa trasformazione, oltre a strumenti efficaci che ci diano l’abilità nell’ottenere risultati apprezzabili (e per questi ti rimando alla lettura del libro di cui puoi scaricare un estratto)

Il movente è la qualità del futuro dei nostri figli, che noi possiamo migliorare ogni giorno come architetti scrupolosi e responsabili dell’ambiente in cui i nostri figli crescono.

Erano circa le 22.30 quindi e l’educatrice mi dice che l’argomento è molto affascinante e da approfondire ma che d’altra parte “SIAMO CRESCIUTI TUTTI SENZA TROPPI PROBLEMI” e prosegue dicendo “CHE I BAMBINI OGGI SONO DEI RIBELLI”

A quel punto la ringrazio per la fantastica obiezione, grazie alla quale oggi scrivo questo articolo.

Eh sì, d’altra parte siamo cresciuti tutti. Magari con qualche lacrimuccia, qualche sculacciata (per i più fortunati) e sicuramente imparando a rialzarci dopo le nostre cadute.

Ma siamo sicuri di essere cresciuti nel migliore dei modi possibili?

Siamo sicuri di essere cresciuti nel migliore dei MONDI possibili?.

Se la madre di Paolo fosse stata più comprensiva, fosse stata attenta alle richieste del figlio durante l’infanzia e non si fosse chiusa nel suo mondo quando, mancato il marito, lasciò Paolo da solo ad elaborare il suo lutto, forse a quest’ora Paolo non avrebbe difficoltà a trovare una compagna di cui fidarsi e a cui affidarsi. Paolo oggi è un imprenditore soddisfatto del suo lavoro, ma forse con una compagna al suo fianco la sua vita sarebbe ancora più soddisfacente.

Se i genitori di Margherita fossero stati più presenti durante la sua infanzia evitando di lasciarla da sola troppo tempo a giocare con la sua amica immaginaria, forse oggi avrebbe facilità ad accettare che sua figlia preferisca stare da sola in camera invece che uscire con le compagne di scuola, soffrendo per una sua solitudine che invece la figlia vive con tranquillità. Vivrebbe l’adolescenza di sua figlia in maniera più serena e meno apprensiva. Margherita grazie alla sua esperienza è d’altra parte una madre attenta alle necessità delle sue figlie, perché memore delle sue difficoltà, ma sul lavoro ha sempre bisogno di approvazione e vive male ogni situazione in cui ci sia da discutere con le colleghe perché ha paura di essere abbandonata.

Se i genitori di Giuseppe avessero lavorato maggiormente sulla propria autostima forse oggi il figlio avrebbe più facilità a trovare la propria strada professionale sentendosi soddisfatto della vita piuttosto che depresso e infelice, trasferendo a sua volta questo suo atteggiamento ai figli adolescenti.

Queste sono tre delle storie di persone che ho incontrato nelle sedute individuali come Facilitatore PSYCH-K®. Per questioni di privacy i loro nomi sono stati cambiati.

Tutti noi sappiamo ciò che siamo oggi come riflesso del nostro passato, ma non sappiamo cosa saremmo potuti essere se nel nostro passato ci fosse stata una maggiore attenzione. Non fraintendetemi, i nostri genitori hanno fatto sicuramente del loro meglio attraversati dall’Amore per noi, ma sempre in base alle loro conoscenze e al loro passato (a parte casi particolari), questo però non ci impedisce di progredire verso il meglio per noi e per le generazioni future.

Immaginate di essere in un acquario che sguazzate come pesci. Felici e contenti. Ogni tanto sbattete con il muso contro qualcosa di invisibile, ma non vi fate molti problemi. Gli altri pesci intorno a voi vi dicono che è tutto normale, così è la vita da pesci. “Continua pure a nuotare” vi dicono. D’altra parte sbattere fa male, ma passa in pochi secondi. Un giorno però, dopo aver sbattuto molto forte contro quel qualcosa di invisibile, guardate gli altri pesci con occhi diversi. Li vedete andare in giro seguendo sempre lo stesso percorso.

A quel punto avvicinate uno dei pesci che conoscete meglio, uno dei vostri vecchi amici, e gli domandate se non si sia accorto di qualcosa di strano. Lui vi risponde che “beh, si, hai un bernoccolo in fronte e quando parli sembri pazzo. Che ti sta succedendo?”

A quel punto inizi a fare un po’ di ricerche, capisci che qual qualcosa di invisibile è in realtà una parete che ti separa dal mondo esterno, qualcosa che c’è al di là. Inizi allora a volerlo dire ad altri pesci che come te, iniziano ad accorgersi che quel qualcosa di invisibile è in realtà molto concreto, ma ancora non hanno le idee ben chiare.

Quel qualcosa di invisibile sono le nostre convinzioni, che stabiliscono il limite di ciò che noi crediamo possibile. Una volta superato quel limite, al di là del muro si apre un universo di possibilità.

I nostri figli nascono in questo mare di massimo potenziale e piano piano vengono inseriti nell’acquario in cui viviamo dove le possibilità sono limitate. I ragazzi vengono visti oggi come dei ribelli, per riprendere le parole dell’educatrice, nel loro tentativo di rompere le pareti dell’acquario ed uscire fuori dai limiti imposti.

Che tu abbia figli piccoli o adolescenti, sei tu a decidere in quale ambiente cresceranno, e questo determina il loro futuro in termini di relazioni, salute e felicità (ti invito ad approfondire le ultime scoperte sull’ epigenetica). E se i tuoi figli sono ormai adulti puoi sempre informarli di ciò che hai scoperto in modo che possano prendere consapevolmente le loro decisioni.

Ora che sei consapevole del meccanismo della tua mente, sei libero di scegliere. Rimanere all’interno dell’acquario, oppure superare il muro invisibile e saltare fuori dall’acqua, entrando nel mare delle possibilità.

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D’altra parte, siamo cresciuti tutti.

Federico

Se vuoi approfondire la conoscenza di PSYCH-K®, come strumento principe per trasformare i tuoi condizionamenti come genitore ed individuo, segui questo link PSYCH-K per genitori

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Quello che ho capito diventando mamma

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Il mio nome è Daniela, ho 33 anni, sono mamma di tre splendide creature Giorgia, Gabriele e Gaia. Sono una facilitatrice emozionale a livello familiare, ossia mi occupo di riportare serenità nelle relazioni tra genitori e figli.

Con il Cuore sento di dirvi che la mia vita ha iniziato ad avere un senso profondo da quando è nata Giorgia, la mia primogenita. Prima della sua nascita lasciavo scorrere i giorni, uno dietro l’altro impiegata ad un lavoro monotono e ripetitivo, esattamente come erano i giorni della mia vita: monotoni e ripetitivi. Non si può dire avessi una brutta vita, semplicemente non sapevo assaporarla.

11011179_681174465346959_388817159918960616_nCon questo non voglio dire che senza figli la vita sia noiosa, dico che PER ME, i miei figli sono stati il mezzo attraverso il quale sono arrivata ad avere una consapevolezza maggiore di me e della vita in generale. Ho imparato ad ascoltare quella parte profonda di me, quella parte più istintiva, quella parte guidata dal Cuore. Mi sono sentita parte di un sistema mamma-figlio, in cui sentivo di avere un ruolo di forte responsabilità, dal quale dipendeva la mia felicità e quella dei miei figli. Sentivo l’amore che mi gonfiava il petto e sapevo di doverlo convogliare, per farlo arrivare dritto al Cuore dei miei figli. Ricordo che la sensazione più “strana” appena tornata a casa dall’ospedale con Giorgia, a tre giorni dalla sua nascita, fu che da quel momento un esserino dipendesse da me, dalle mie azioni, dal mio senso materno, dalle mie cure e dalle mie parole. Mi ero laureata in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione anni prima, nella teoria sono sempre stata molto brava, ora si trattava di mostrarmi altrettanto brava nella pratica. Il mio obiettivo fin dai risultati positivi del test di gravidanza, fu, come quello di qualsiasi mamma, di poter crescere dei bambini sereni e di non ferirli emotivamente per mancanza di “tatto”; fare in modo che i miei schemi da adulto non si ripercuotessero sul loro sereno sviluppo. Ho capito che era basilare ritrovare “contatto” con la mia parte bambina, di rimettermi nei panni di Daniela bambina. Che cosa mi aveva ferito? Quando non mi sono sentita capita? Cosa invece mi aveva reso felice? Quali episodi positivi nella mia infanzia sono rimasti indelebili nella mia memoria e perché? Cosa avevano fatto i miei genitori per farmi sentire amata?

Osservavo che già solo la mia presenza rendeva i bambini felici, ma volevo che il mio fosse un vero “esserci”: con il cuore e con la mente. Con amore, con rispetto, e consapevole di ciò che trasmettevo anche a livello subconscio. Sentivo il bisogno di lavorare su di me, di eliminare quei condizionamenti che non mi permettevano di esprimere all’esterno, la persona che sentivo di essere dentro. E così iniziò il mio percorso di rinascita e poi di crescita.

Vivendo in una società centrata sull’adulto, egoista, razionale e lontana dal dare valore alle emozioni, in cui spesso i bambini sono considerati solo “di contorno”, e da qualcuno persino fastidiosi, rumorosi e collocati in strutture il cui scopo è “farli stare buoni”, mi resi conto che era necessario cambiare prospettiva. Ho compreso che i bambini sono individui che meritano rispetto tanto quanto gli adulti (se non ancora di più in quanto esseri in formazione!), e ho fatto mia una visione centrata sul bambino, basata sull’amore, sulla tenerezza, sulla comprensione delle sue esigenze più profonde, sull’imparare a comunicare emotivamente e a parole con i nostri figli. Non si tratta di annientarsi come adulti. Niente affatto. Si tratta di crescere, di imparare da loro. Di riscoprire parti di noi sepolte nel nostro essere adulti, di lavorare sulle nostre emozioni. Riscoprire la gioie e l’amore, quello vero. Non ho mai imparato tante cose su di me, così come ne ho imparate da quando sono mamma. Vedo dinamiche comportamentali, reazioni emotive, richieste di attenzione, bisogno di amore che io stessa esprimevo con i miei genitori. I miei figli sono il mio specchio. Osservando loro e osservando i miei comportamenti nel mio quotidiano con loro ho modo di crescere e di migliorarmi giorno per giorno. Ecco un altro punto fondamentale: ho capito di dover accettare i miei errori e prenderli come punto di partenza per migliorarmi.

Ho imparato a dare retta al mio istinto. Piano piano ho capito come sintonizzarmi con i miei figli. E non vi è un modo univoco per tutti. Ogni figlio è diverso, ogni figlio rispecchia qualcosa di diverso di noi, e i modi per entrare in contatto con ogni figlio sono diversi dall’uno all’altro. Ho imparato a conoscerli e a conoscermi e a sintonizzarmi con il cuore di ognuno di loro, che risponde in maniera differente uno dall’altro.

Ho imparato ad ascoltarmi. Ad ascoltare le mie emozioni, i miei pensieri, i miei dubbi e le mie certezze.

Con mio marito Federico ho scritto il libro “Genitori al Contrario”, (a questo link puoi scaricare un estratto gratuito) in cui sono racchiusi gli strumenti che abbiamo incontrato nel nostro percorso di crescita come individui e come genitori, con la forte spinta che potessero servire a genitori in evoluzione come noi.

Per conoscermi meglio ti consiglio di vedere questo video https://www.youtube.com/watch?v=M-Yr-uEHyHg, in cui esprimo l’essenza della mia visione, e che cosa significa essere Genitori al contrario, che non è andare contro qualcosa, ma verso una nuova direzione…mano nella mano con i nostri figli.

Daniela

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