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29Mar/18
coppia

Il genitore unico – L’individualità nella coppia

In Genitori di un Nuovo Mondo, ad un certo punto, trattiamo il tema della separazione come una delle sette chiavi fondamentali per creare la direzione migliore per la propria famiglia. Ma come Federico!! Mi dici che per creare il futuro della mia famiglia, io e la persona che amo dobbiamo separarci!!
No di certo. La separazione di cui parliamo Daniela ed io, non è per forza una separazione totale della coppia, anche se in casi estremi può essere una soluzione appropriata. Noi stiamo parlando di quella separazione che permette a ciascuno dei partner di trovare la propria individualità e diventare ciò che abbiamo chiamato "il genitore unico".
Può darsi che anche tu alcune volte ti possa sentire bloccato all'interno della relazione famigliare e non riesca ad esprimerti al meglio. Vorresti poter pensare di più ai tuoi progetti (passioni, progetti professionali, hobby, etc..), alla tua salute e in generale al tuo benessere, ma non ti sembra possibile dati gli impegni quotidiani, lo stretto legame che hai con il tuo partner, o tutto ciò che hai imparato del significato di coppia dai tuoi genitori o dalla società. E a volte potresti anche sentirti in colpa solo a pensare di meritarti più tempo per te, per esprimere la tua individualità. Spesso mettiamo i bisogni dei nostri figli e del partner, e a volte del capo ufficio o i clienti, prima delle nostre necessità.
In questo periodo, parlando anche con alcuni amici, sembra proprio che il tema dell'individualità nella coppia, sia un tema molto presente. Quindi non sentirti in colpa o a disagio se in questo periodo senti una spinta nell'affermare le tue necessità e la tua espressione. E' un tema su cui lavorare.

Ora ti faccio tre esempi su come potrebbe esprimersi questa separazione nella coppia:

– per quei genitori che tendono a fare attività con i figli per forza insieme, provate a separare i momenti di gioco, educativi o altre attività ricreative in maniera esclusiva (anche con tre, quattro o cinque figli), in modo che a turno uno dei partner possa avere momenti da dedicare a se stesso

 – per quei genitori che rinunciano ad opportunità lavorative, di svago o di studio che richiedono alcuni giorni lontani da casa, perchè fa male (a volte tanto) e fa soffrire, provate ad organizzarvi per fare in modo che tutto sia vissuto in maniera serena anche per i bambini. Crediamo sia importante che i figli capiscano la necessità di esprimere se stessi, anche se può portare un po' di sofferenza emotiva, e che non sia il legame di coppia a non permetterlo.

– per quei genitori che tendono a fare costantemente da spalla al partner, ad appoggiarlo anche se si comprende che non è un bene per la persona che si ama, magari proprio per paura della separazione, non abbiate paura, se ciò che dite è comandato dal Cuore non può che essere raccolto come un aiuto

"Quando gestisci i figli in autonomia prendi le caratteristiche dell’altro che ti sono utili e le metti in scena trasformandoti nel “genitore unico”, una sola persona che ha in se stesse le caratteristiche di entrambi […] L’obiettivo è quello di arrivare ad essere individui paralleli e verticali, indipendenti l’uno dall’altro, non legati dai bisogni che l’altro può soddisfare in una sorta di pesante catena della mancanza, ma legati da un filo di seta sottile che solo l’amore può tenere insieme"

tratto da Genitori di un Nuovo Mondo

Se vuoi vedere cosa ne pensano di Genitori di un Nuovo Mondo, altri genitori che come te vogliono portare la propria famiglia verso il meglio clicca qui

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Una strategia semplice semplice per sconfiggere la paura nei bambini

Una strategia semplice semplice per sconfiggere la paura nei bambini

Come l’ascolto e il racconto può far ritornare la serenità nel tuo bambino, anche se sembra veramente in ansia e spaventato.

Pochi giorni fa ho notato un atteggiamento strano in Giorgia, la nostra bimba di 8 anni. Sono molto fortunata al riguardo, poichè Giorgia è una bimba che si confida molto e che se le pongo delle domande risponde di buon grado e mi racconta per filo e per segno cosa la turba.

Qualche giorno fa a scuola hanno fatto vedere a tutti gli alunni un filmato sulla vita di Sadako Sasaki, sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima del 6 agosto 1945 e poi morta per leucemia 10 anni più tardi.

Probabilmente buttato lì tra un compito di matematica e la lezione di educazione artistica, i bambini non hanno avuto tempo e modo di comprenderlo e di fare domande per contestualizzarlo e metabolizzarlo.

sadakoAlmeno così è stato per Giorgia. Le è rimasta addosso una grande paura. Nella sua mente scorrevano mille domande che per fortuna mi ha poi posto. Erano domande a cui da sola non sapeva e poteva darsi risposta. Mi ha chiesto sulla guerra. Sul perchè esistano le guerre e se attualmente siamo in pericolo. Mi ha chiesto sulla malattia di Sadako. Mi ha chiesto della bomba di Hiroshima.

In pratica si è sentita minacciata nella sua sicurezza.

Appena tornata da scuola era davvero spaventata. Tanto che nella mia testa mi rimbalzavano nella testa due pensieri contrapposti. Inizialmente mi chiedevo che coraggio avevano avuto a scuola a far vedere un filmato del genere a dei bambini delle elementari. Dall’altra mi sembrava che Giorgia stesse esagerando!

Inoltre non sapevo che filmato avesse visto, per cui non sapevo nè se vi erano immagini esplicite nè come veniva trattato l’argomento. Ho poi visionato il filmato chiedendo a Gabriele di indicarmelo su youtube nel momento in cui Giorgia era uscita per andare a lezione di danza, dato che non voleva fosse visto in sua presenza per il tumulto interno che le creava.

Sottolineo il fatto che Gabriele, forse perchè più piccolo, non era stato per niente turbato dal video.

Trovate il video a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=7HaZeUQQzrw

Dopo lo smarrimento iniziale, decido di fare qualcosa. Ma quel giorno non fu possibile, poiché Giorgia arrivò da danza molto stanca e dopo una cena veloce si coricò subito a letto.

Al mattino mi dice di provare ancora angoscia per il filmato di Sadako. E così anche appena uscita da scuola.

Tornata da scuola, mi ritaglio una mezzoretta per stare da stare sola con lei.

Mi “connetto” a lei, vale a dire che ristabilisco il legame profondo, di fiducia e unico che ho con lei (non è qualcosa che si può creare da zero in 5 minuti, però è qualcosa su cui si può lavorare seguendo i principi che trovi sul libro Genitori al contrario ). In poche parole mi avvicino a lei, la abbraccio e le faccio alcune domande su qualcosa di tranquillo e rassicurante per lei, come un libro letto che le piace molto, o il suo telefilm preferito.

Mi pongo al suo livello e la guardo negli occhi. La faccio ridere con qualche battuta. E poi il discorso è proseguito più o meno cosi:

“sai a proposito del video di Sadako? Stavo pensando che quando avevo la tua età anche io avevo una grandissima paura….”

Ho proseguito raccontando la mia paura. Giorgia mi guardava negli occhi mentre ci tenevamo per mano.

Poi è stato il suo turno e mi ha raccontato tutto quello che le stava turbando. Ho accolto tutte le sue parole, non l’ho giudicata e non l’ho sminuita. Tutto ciò che mi stava dicendo l’ho accolto come un regalo. Stava aprendo il suo cuore. E anche se per un adulto potevano sembrare paure sciocche e infondate, per lei erano motivo di grande preoccupazione.

Avevo due possibilità:

  1. dirle che non c’era assolutamente nulla di cui aver paura. Che le sue paure non hanno ragione di esistere. Con il risultato che non si sarebbe sentita capita, ma giudicata e in dovere di evitare le sue paure senza affrontarle (ma sono come un peperone…se non le digerisci…si ripresentano)
  2. accogliere con empatia tutto quello che mi stava dicendo, senza giudicare, ma anzi pormi al suo livello, raccontando delle mie paure di quando ero piccola e facendoci due risate sulle mie paure, e che queste non avevano ragione di esistere e che ho sofferto per nulla per un sacco di tempo senza che si siano mai verificate.

Naturalmente ho scelto la seconda strada.

Le ho chiesto di guardarmi bene bene negli occhi. Di guardare se nei miei occhi poteva vedere preoccupazione. Il fatto che mi vedesse tranquilla le ha fatto capire che non c’era nessuna minaccia per lei e per i suoi fratelli. E che con tutto il cuore e l’amore che c’è dentro una mamma, poteva dire alla sua paura di allontanarsi. Che Giorgia è al sicuro.

Con un lungo respiro ha soffiato via la sua paura e siamo tornate dal resto della famiglia.

Ieri mentre preparavo la cena è entrata in cucina.

“Mamma”

“si amore?”

“Non ho piu’ paura della storia di Sadako”

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Ecco perchè l’unico lavoro a tempo indeterminato e quello su di sé.

Hai mai pensato che fra dieci o quindici anni sarai tenuto a svolgere lavori che adesso non esistono e a cui potrai non essere preparato?  Il sistema educativo attraverso il quale abbiamo studiato, ci ha preparato a professioni che già adesso sono obsolete, idem e ancora di più sarà per i nostri figli. I nostri figli stanno iniziando studiare per qualcosa che ancora non esiste.

Tu mi potrai dire, "beh basta tenersi aggiornati e tutto filerà liscio".

Ti sei accorto però che anche quello per cui stai studiando ora, tra 10-15 anni non esisterà neanche più o sarà completamente modificato? Ormai molti dei lavori si basano sulla nuova tecnologia, che è estremamente veloce, e per poter seguirne gli aggiornamenti ci vuole una gran mole di di studio. Per molto tempo, e credo che anche per te possa essere stato così, ho avuto difficoltà a capire in cosa potessi specializzarmi. Per 8 anni ho lavorato in un call center, per un anno anche in due contemporaneamente, e questo mi ha permesso di mettere le basi sulle quali si è costruita la mia famiglia con la nascita di Giorgia ed aumentare le mie capacità di comunicazione. Mentre lavoravo e la mia famiglia cresceva di numero, continuavo a studiare all'università e questo mi ha permesso di laurearmi in scienze dell'amministrazione, quando Gabriele aveva circa 2 mesi. Sempre durante questo periodo studiavo i principi del web marketing, un interesse che porto avanti da quando ero adolescente, ed ho iniziato ad avvicinarmi  al meraviglioso funzionamento della mente umana e al lavoro su di sè, cioè quel lavoro quotidiano di auto-osservazione che sempre più permette la conoscenza e la gestione delle proprie emozioni e dei propri pensieri, e a conoscere sempre meglio se stessi smussando gli spigoli del proprio carattere.

Ed è proprio il lavoro su di sè che mi ha portato a non risuonare più con l'ambiente in cui lavoravo.  Daniela ed io a quel punto abbiamo deciso di aprire una nostra attività, l' Erboristeria Natura e Psiche portata avanti per 4 anni. Durante il lavoro in erboristeria ho iniziato a lavorare come facilitatore PSYCH-K® approfondendo gli strumenti di lavoro sul sulla nostra mente subconscia. Insieme a Daniela studiavamo il funzionamento della fisiologia umana, di come una persona possa curarsi attraverso la medicina naturale, la floriterapia, i fiori di Bach e l'alimentazione. E' proprio durante questo periodo e con la nascita di Gaia che abbiamo svilppato il progetto Genitori al Contrario®, che poi è sfociato nel libro che abbiamo pubblicato con Uno Editori e che al momento è stato letto da più di 2500 genitori.

La nascita di Gaia e la difficoltà di gestione del negozio ci ha fatto prenderela decisione di vendere, ma nel frattempo, riprendendo le competenze che avevo acquisito negli anni precedenti, avevo già iniziato un percorso imprenditoriale che attualmente mi permette di lavorare con aziende come consulente a 360 gradi, sia dal punto di vista organizzativo gestionale sia dal punto di vista umano e di gruppo.

Perché ti ho raccontato la mia storia lavorativa degli ultimi otto anni? Per mostrarti con quale velocità sia possibile modificare la propria professione e di come sia possibile la trasformazione verso il meglio. Ancora oggi continuo a riflettere in cosa posso specializzarmi, ma ho notato che ciò che mi ha permesso di trasformarmi così velocemente negli ultimi 4 anni e che ciò che è veramente importante, non sono le nozioni che acquisiamo e il lavoro che facciamo, ma è come mettiamo in pratica le nostre qualità animiche attraverso il lavoro che stiamo svolgendo in un determinato momento della nostra vita, e che in realtà ciò che dobbiamo aumentare sono le competenze trasversali. Per competenze trasversali intendo quelle competenze umane che ci permettono di trasformarci e modificarsi in base alle necessità. Competenze come l'apprendimento veloce e semplificato, la comunicazione e il saper parlare in pubblico, la comprensione delle persone con cui collaboriamo o i clienti con cui veniamo in contatto, quindi l'empatia, il senso organizzativo e l'autodisciplina, la gestione del tempo, la vendita, etc…, cioè tutte quelle competenze che possono essere applicate trasversalmente nelle varie professioni che possiamo trovarci a asvolgere. In questo senso l'unico prodotto che devo saper vendere è "me stesso" e le competenze umane che acquisisco nei vari lavori che svolgo.

Il lavoro su di sé, le cui basi  puoi approfondire nel libro Genitori al Contrario (puoi scaricare un estratto gratuito qui), permettendoti di avvicinarti sempre più all'anima smussando gli spigoli del carattere, farà si che questa, per esprimere sempre più le sue capacità, ti avvicni alla professione lavorativa più adatta e che arriverà di conseguenza. Non siamo altro che il tramite per l'anima di esprimere se stessa, e più ci identifichiamo con lei, più attireremo a noi lavori adatti. Questo è matematico, è scientifico, non può essere diverso da così perché il mondo può solo rispondere ai segnali che arrivano dal nostro interno. Più lavorerai su di te, più il tuo lavoro evolverà.

E' estremamente importante che i nostri figli imparino attraverso di noi questa modo di essere. Se i nostri figli alla fine del loro percorso scolastico non saranno in grado di trovare lavoro e daranno la colpa a una qualsiasi crisi, la responsabilità sarà nostra perché noi stessi non avremo acquisito quelle competenze trasversali che permetteranno a noi e a loro di trovare sempre ed in ogni luogo o situazione il lavoro adatto all' anima di esprimersi.

Per concludere, è fondamentale per noi e per i nostri figli acquisire competenze umane e trasversali che ci permettano di entrare maggiormente nei empatia con le persone, e questo può essere fatto solamente conoscendo sempre di più noi stessi attraverso il lavoro su di sè. E' importante inoltre acquisire metodologie e conoscenze per andare sempre più veloci. In questo caso sto parlando di metodologie come PSYCH-K®, che permette di sciogliere le convinzioni e i punti di vista ai quali siamo affezionati ma che ci impediscono di aprire la nostra percezione ad informazioni diverse da quelle che abbiamo imparato; sto parlando di Mappe Mentali®, che ci permettono di strutturare i nostri obiettivi, strutturare al meglio la nostra attività e i nostri prodotti; strumenti di memorizzazione e lettura veloce.

Se quello che stai leggendo è lontano dal tuo sistema di credenze e vuoi rimanere sulla tua posizione e modello continua pure a credere in ciò che vuoi e avrai comunque sempre ragione. La scelta è tua.

Se abiti e lavori a Tenerife, abbiamo organizzato un seminario dal titolo "Principi e strumenti per crescere come individuo, attraverso il tuo essere genitore, in famiglia e nel lavoro". Il corso si terrà l'11 febbraio 2017 presso l' Herbolario Enebro a San Isidro. Dopo il corso avrai gli strumenti sufficienti per disegnare ed andare nella direzione che hai sempre voluto per te e per la tua famiglia. Perchè è più facile se sai come farlo. Trovi maggiori informazioni a questo link https://1.shortstack.com/9jfczk

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I bambini ci insegnano l’empatia

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Ieri i nostri bimbi Giorgia, Gabriele e Gaia (rispettivamente di 7, 5 e mezzo e quasi 3 anni) hanno partecipato a una festa di Halloween organizzata in un parco divertimenti per bambini nella zona dove abitiamo.

Tra le varie attività organizzate era prevista una merenda all’interno di un castello rosa, un sogno per le mie principesse, non fosse che per l’occasione era addobbato con allestimenti terrificanti: ragnatele, ragni, topoloni e le animatrici erano travestite da streghe brutte e spaventose. Era la prima festa per la piccola Gaia e già appena arrivati mi accorsi che era decisamente una fra le più piccole. Iniziai a chiedermi se avevo fatto bene a far partecipare anche lei, ma che potevo fare? Come ci sarebbe rimasta se avessi fatto partecipare solo i suoi fratelli più grandi?

I genitori potevano scegliere se rimanere o se andare via. Io sono rimasta, anche perché non sapevo come avrebbe potuto reagire Gaia, che non è mai stata lontana da me, se non per stare qualche ora con i nonni. Osservavo la loro merenda a distanza da una finestra del castello rosa. Giorgia da sorella maggiore responsabile, ha aiutato Gaia ad accomodarsi al suo posto e poi le si è seduta accanto. Sono stati distribuiti i piatti e i bicchieri e hanno mangiato con gusto e tranquillità. Ogni tanto vedevo Giorgia rivolgersi a Gaia dicendole in maniera dolce e gentile: “Ti piace?”. Saranno gli ormoni della gravidanza in corso, ma queste attenzioni affettuose che ho avuto l’onore di osservare, mi riempivano il cuore di orgoglio e amore e gli occhi di lacrime!

Finito di mangiare, tolto piattini e bicchieri, le animatrici hanno consegnato delle maschere da colorare e dei pastelli a cera. Giorgia si è assicurata che Gaia avesse i colori che desiderava per la sua maschera e poi hanno iniziato a colorare. Gabriele, che era seduto vicino a Giorgia, ha chiesto un paio di volte alla sua sorellina se voleva aiuto, ma Gaia non ne aveva bisogno e si stava divertendo a colorare il suo mostro di blu…il suo colore preferito!

Improvvisamente qualche bimbo più grandino e un po’ burlone, ha deciso di fare uno scherzetto e ha spento la luce facendo il verso del fantasma. Saranno stati solo 3 secondi di buio, ma avevo paura che Gaia si fosse spaventata. Appena riaccese le luci ho visto Giorgia che avvolgeva Gaia in un abbraccio rassicurante, poi hanno allentato l’abbraccio e guardandosi in viso si sono messe a ridere.

Dopo qualche minuto stessa scena: luce che si spegne e Giorgia con la mano sulla schiena di Gaia, come a dirle “sono qui, non aver paura, è solo uno scherzo!”.

Finita la festa, tornando in auto verso casa, i bambini ci raccontavano quanto si erano divertiti tra baby dance con Minnie e Topolino, giostrine e gonfiabili. Gaia mi raccontava a parole sue cosa aveva mangiato e che aveva colorato la maschera di blu. Parlando della festa chiesi se si erano spaventati quando sono state spente le luci, e Gaia mi ha risposto che aveva avuto un po’ di paura ma c’era Giorgia che la aveva abbracciata e la paura era passata subito.

Erano naturalmente esausti quando siamo tornati a casa, era abbastanza tardi, e c’era la cena ancora da preparare. Io e Fede ci siamo messi subito all’opera per tirare su una cena veloce. Avevamo avanzato della pizza la sera prima. Il tempo di scaldarla in forno e Gaia iniziava a piagnucolare che non la voleva. A quel punto abbiamo tirato fuori l’asso nella manica: le mozzarelline che Gaia adora! Ma niente, neppure quelle le andavano bene. Continuava a dire che aveva fame, ma non mangiava. Certamente era per la troppa stanchezza che si comportava così…e sicuramente per un scarso comportamento di ascolto e assenza totale di empatia sia da parte mia che da mio marito, entrambi stanchi per la giornata impegnativa. Ma attenzione perché qui viene il bello, già sapevo di essere fortunata, ma non pensavo così…si avvicina Giorgia alla piccola Gaia. Le dice di contare i pezzi di pizza. Sono 4. Allora le dice: “Facciamo un gioco, io faccio la conta e il pezzo di pizza che viene fuori, tu gli dai un morso”.

Gaia dice di sì e le si illumina il viso. Iniziano a fare la conta: “Ambaraba ciccì coccò, tre civette sul comò…”

Anche a Gabri interessa il gioco e inizia a fare la stessa cosa con le mozzarelline.

Il gioco è continuato fino a che davvero la pancia di Gaia non è stata piena…la cena era salva! Non avrei saputo fare di meglio neppure nel pieno delle mie facoltà fisiche e mentali!

Giorgia ha trovato un diversivo per cambiare lo stato mentale della sorella e portarla in uno stato d’animo allegro e collaborativo. E non è la prima volta che il suo metodo funziona! Spesso Gaia si calma e torna in integrazione emisferica grazie alle azioni rivolte verso di lei da Giorgia. E quando ancora Gaia era troppo piccola per esprimersi a parole, o utilizzava parole poco comprensibili, Giorgia era la mia interprete, con la sua enorme capacità di provare empatia, sapeva esattamente quali erano i bisogni e le richieste della sorellina e me li comunicava, quando io non li comprendevo appieno.

Se fossimo costantemente più empatici la relazione con i nostri figli sarebbe sicuramente diversa, ma presi tra mille impegni quotidiani, responsabilità e perché no, anche da stanchezza fisica e mentale, spesso ci allontaniamo dall’ascoltare con il cuore, ci chiudiamo in noi stessi e andiamo in modalità “risparmio energetico”, senza renderci conto che è in realtà è molto più faticoso gestire situazioni sfuggite di mano, come capricci per cose apparentemente molto banali, che gestire il più costantemente possibile la nostra giornata a “cuore aperto”, lasciando fluire le informazioni che ci giungono da chi abbiamo di fronte e che passano prima dall’analisi del nostro cuore, e poi dalla alleata mente, che ci consente di razionalizzare e agire coscientemente con azioni appropriate e perfette per chi è venuto in contatto con noi. Le parole giuste fanno la differenza, l’accogliere le emozioni, le necessità e i bisogni con apertura mentale e ascolto, l’accompagnare con dolcezza verso una nuova forma mentis, non sono poi così difficili da mettere in atto se siamo connessi con il nostro cuore e quello dell’altra persona.

Poche azioni ben fatte cambiano il susseguirsi degli eventi.

Stamattina Gabriele non voleva alzarsi dal letto per andare a scuola. Conosco la sua pigrizia e so che superata questa poi non lo ferma più nessuno e va più che volentieri a scuola. Come potevo agire di fronte al suo rifiuto ad alzarsi? In maniera brusca potevo alzare la voce, dicendo di non fare storie e prenderlo in braccio portandolo in bagno. Cosa avrei ottenuto? Probabilmente che alla mia prima distrazione sarebbe ritornato sotto le coperte, generando una escalation di situazioni che avrebbero portato solo nervosismo in me e sentirsi obbligato in lui. Cosa ho fatto invece? Ho utilizzato la stessa strategia del “ti distraggo dal tuo blocco” che aveva usato Giorgia con Gaia. Ho preso i suoi vestiti dall’armadio, glieli ho appoggiati sul letto e gli ho proposto un gioco: “Io conto fino a 150, vediamo se in questo lasso di tempo riesci a cambiati stando sotto le coperte. Ora esco dalla stanza, quando arrivo a 150 torno e vediamo se sei vestito.” Sono  uscita e tra le risatine delle sorelline che assistevano alla “gara” di Gabri, velocemente si vestiva! Arrivata a 150 sono tornata dicendo “Vediamo se Gabri ce l’ha fatta”, e lui è sbucato da sotto le lenzuola perfettamente vestito, con un sorriso a mille denti e esclamando “Tatan!”. Gli ho fatto i complimenti, ci siamo abbracciati e l’ho accompagnato in bagno per la pipì e tutto il resto. E’ andato a scuola felice e con il sorriso.

Le nostre azioni determinano la nostra realtà. Possiamo decidere di vivere le situazioni quotidiane con estrema fatica, oppure possiamo decidere di giocare con la nostra vita.

Ma che cos’è l’empatia?

L’empatia è la capacità di “mettersi nei panni” dell’altro, vale a dire di percepire le emozioni e i sentimenti delle persone con cui entriamo in contatto e in relazione.

Empatia significa "sentire dentro". Ad alcune persone viene istintivo e naturale essere empatiche, altre fanno più fatica, e sono soprattutto quelle che non sono state abituate ad ascoltare le proprie e le altrui emozioni.

Fin da piccolina Giorgia ha mostrato di avere molto accentuata questa attitudine a offrire la propria attenzione per un'altra persona, naturalmente verso i bambini e i suoi fratelli in particolare, tanto da anticipare spesso quelli che possono essere i sentimenti e le emozioni degli altri in base ad una determinata situazione.

M. L. Hoffman parla di empatia come qualcosa che compare nella consapevolezza del bambino fin dai primi anni di vita e sostiene che madre e padre dovrebbero imparare anch'essi ad essere soggetti empatici, incrementando la sensibilità e non la punizione. Per raggiungere ciò devono educare ai valori dell'altruismo, dell'apertura verso il prossimo, in modo tale che il figlio impari a capire e condividere il punto di vista altrui.

Sono certa che l’empatia con una adeguata educazione di pensiero e affettività da parte di genitori in primo luogo e scuola, in secondo luogo, può certamente essere coltivata e nutrita laddove non già presente spontaneamente. Probabilmente scongiurerebbe molti episodi di bullismo. Sicuramente a monte è necessario fare un buon lavoro sul riconoscimento e accettazione delle proprie emozioni. Se ti interessa questo argomento puoi leggere il nostro articolo "Il gioco delle emozioni per bambini" letto da più di 10000 genitori.

A proposito di scuola, vi riporto un estratto tratto da Wikipedia, riguardo il lavoro di determinazione dei criteri per stabilire quanto un insegnante sia più empatico di un altro di Fortuna e Tiberio (1999). [Nel caso sia più empatico, il docente è contraddistinto da una maggiore propensione a elogiare e premiare gli studenti che se lo meritano, più che a denigrare o svalutare coloro che non riescono a portare a termine un risultato. Inoltre sanno accogliere e guidare gli studenti che esprimono liberamente i propri sentimenti, incentivando le discussioni condivise in aula. Tali maestri non ricorrono all'atteggiamento autoritario, ma sono capaci di valorizzare i propri alunni, facendo emergere la loro creatività. Molto importante è il fatto che gli alunni che collaborano con insegnanti empatici abbiano un livello di autostima più alto e un concetto di sé sociale più positivo, senza contare che anche a livello sociale gli alunni si prestano molto più ad essere collaborativi, perché capiscono qual è il comportamento più rispettoso da tenere all'interno di un gruppo. L'empatia non è presente però in tutti gli insegnanti, essi stessi infatti ritengono che essa sia una sorta di caratteristica individuale più o meno esercitata nel tempo. Essa emerge soprattutto all'interno delle classi poco numerose. Condizione necessaria è che si instauri tra insegnante e alunni un rapporto di fiducia, positivo, cooperativo e volto all'ascolto reciproco.

Come sarebbe diversa la nostra realtà se chi ci circonda e noi per primi, riuscissimo a tenere alto il nostro livello di empatia? Riuscite ad immaginare la serenità sul volto dei nostri bambini se noi genitori, se la maestra, se l’allenatore, se la cassiera del supermercato, costantemente fossero empatici perché a loro volta il loro partner, i loro genitori, il loro capo, i loro colleghi lo sono con loro?

Come cambierebbe la qualità della vita? Un mondo gentile e accogliente è quello che sogno per i miei figli. Spero non perdano mai questa tendenza all’empatia, ma che diventi sempre più parte di loro e possano essere ricambiati affinché un fiume di amore invada questo pianeta.

 

Fortuna F., Tiberio A., Il mondo dell'empatia. Campi di applicazione, Franco Angeli 1999

Hoffman M., Empatia e sviluppo morale, Il Mulino

19Dic/15
Babbo-Natalearticolo

Chi si nasconde dietro la figura di Babbo Natale?

Abbi il coraggio di desiderare!

Domenica scorsa sono stata al seminario di Igor Sibaldi, “Le vie dell’Immaginazione” e sono tornata arricchita di nuove conoscenze.

Sono rimasta molto colpita dalla spiegazione dell’evoluzione del CHIEDERE da quando si è bimbi a quando si diventa adulti e vorrei condividerla con voi.

Se siamo a contatto con i bambini, ci rendiamo conto che per loro chiedere è qualcosa di naturale e spontaneo. Ci chiedono “Perché” quando hanno sete di conoscenza, ci chiedono “Prendimi in braccio!” quando hanno bisogno di contatto fisico e di dolcezza, ci chiedono “Ancora!” quando non sono soddisfatti di quanto hanno ricevuto.

Ti ricordi quando eri bambino? Ti ricordi quando facevi delle richieste ai tuoi genitori? Ti ricordi quante volte hai chiesto e ti sei sentito rispondere: “E basta chiedere! Basta coi perché!”

Ti ricordi quando volevi delle coccole e ti sei sentito rispondere; “Non adesso!”. Hai chiesto e non ti è arrivato quello di cui avevi bisogno in quel momento.

Chiedevi, chiedevi e chiedevi.

Chiedevi attenzione e questa non sempre arrivava.

E questo ti faceva stare male. Lo percepivi quasi come un dolore, un colpo al cuore.

Hai collegato il “chiedere” con questo dolore, con questo senso di frustrazione. E mano a mano che crescevi hai dedotto che piuttosto che sentire dolore era meglio chiedere il meno possibile.

E ora da adulto che fai? Non sai più chiedere! E non pensi di meritare.

La felicità assoluta e pulita di quando eri bambino ha lasciato il posto al senso di colpa.

A questo riguardo ti vorrei parlare della figura di Babbo Natale.

Ma chi è Babbo Natale?

Su Wikipedia troviamo la seguente descrizione: “Tutte le versioni del Babbo Natale moderno, chiamato Santa Claus nei paesi anglofoni, derivano principalmente dallo stesso personaggio storico: san Nicola, vescovo di Myra di cui per esempio si racconta che ritrovò e riportò in vita cinque fanciulli, rapiti ed uccisi da un oste, e che per questo era considerato il Protettore dei bimbi. L’appellativo Santa Claus deriva da Sinterklaas, nome olandese di san Nicola.”

Sappiamo anche che il vestito rosso è da attribuire alla Coca-Cola: “Secondo alcuni il vestito rosso di Babbo Natale sarebbe opera della Coca-Cola: originariamente infatti, tale vestito era verde, sarebbe divenuto rosso solo dopo che, negli anni ’30, l’azienda utilizzò Babbo Natale per la sua pubblicità natalizia, e lo vestì in bianco e rosso, come la scritta della sua famosa bibita.”

Ma CHI c’è dietro Babbo Natale?

Babbo Natale è un’ immagine mitologica. Non esiste eppure tutti sanno chi è.

Secondo Igor Sibaldi, dietro Babbo Natale si nasconde un diavolo buoSantaandgoatno. È un diavolo camuffato. Barba, cappellone e stivaloni nascondono le fattezze di un diavoletto con pizzetto, corna e zoccoli. Le corna e gli zoccoli sono però visibili nelle compagne fedeli di Babbo Natale: le renne.

Ma perché è un diavolo camuffato?

Perché va contro i dettami della nostra cultura, diventati poi i dettami della nostra coscienza.

Grazie a Babbo Natale i bambini si devono impegnare a desiderare, ad esprimere (magari scrivendole sulla letterina) le loro tentazioni. Lui è capace di materializzare i desideri.

E come se dicesse: “Abbi il coraggio di desiderare! Mi raccomando, desidera!”

Per noi adulti Babbo Natale è una frottola, proprio per quello che dicevamo poco fa: abbiamo smesso da un bel pezzo di chiedere!

Per i bambini è un insegnante in quando insegna loro a desiderare e in più li induce alla libertà.

Nel nostro strato profondo troviamo ciò che ci è stato inculcato dall’esterno e per cui abbiamo paura di chiedere e di ottenere ciò che desideriamo: possiamo solo meritarci quel tanto che basta, non siamo meritevoli, non va bene chiedere per sé, se otteniamo qualcosa di importante potrebbe capitare qualcosa di brutto a qualcuno che amiamo, come se fortuna e denaro fossero distribuite in quantità limitate tra l’umanità. In sostanza sono paure che ci bloccano.

Se a queste aggiungiamo che ci mettiamo in secondo piano rispetto agli altri, che non vogliamo disturbare e non vogliamo occupare troppo spazio, eliminiamo del tutto la tentazione di Babbo Natale!

Perdendo però la capacità di chiedere, perdiamo la possibilità di ottenere e di essere felici.

Naturalmente non mi riferisco solo a beni di tipo materiale, ma soprattutto all’amore, alla famiglia, all’amicizia, al lavoro della nostra vita, e a tutto ciò che se ottenuto rispettando i nostri desideri ci fa sentire soddisfatti e felici.

Vale la pena superare le nostre resistenze per riappropriarci di quel fuoco che piano piano si è spento, e come per tante altre cose, lo possiamo ritrovare, cercando di riconnetterci con il nostro autentico bambino interiore.

Se hai bisogno di un abbraccio, non aver paura, chiedi.

Se hai bisogno di una carezza, non aver paura, chiedi.

Se hai bisogno di un sostegno, non aver paura, chiedi.

Se hai bisogno di un aiuto, non aver paura, chiedi.

Se hai bisogno di un chiarimento, non aver paura, chiedi.

Se hai bisogno di riposo, non aver paura, chiedi.

Mi raccomando, chiedi, te lo meriti!

“Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.”

Luca 11, 9-10

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Fai riaffiorare il tuo bambino interiore

PER FAR RIAFFIORARE IL TUO BAMBINO INTERIORE …GIOCA CON TUO FIGLIO!

Spesso durante le consulenze rivolte ai genitori mi capita di suggerire alle mamme e ai papà di ritrovare il loro bambino interiore. Stabilito il contatto è di gran lunga più facile capire e rapportarsi in maniera positiva e costruttiva con i propri figli.

Ma chi è questo famoso bambino interiore?

Carl Jung lo aveva chiamato il “Bambino Divino” e rappresenta l’essenza di chi siamo veramente, la nostra parte più profonda, il nostro sé più puro e pulito.

E’ la parte spontanea di noi, quella libera da condizionamenti. Intuitiva. E’ quella parte creativa, spontanea, piena di fantasia. E’ tutto ciò che eravamo da bambini; poco a poco questa parte di noi è andata sbiadendosi lasciandosi alle spalle l’entusiasmo, per fare posto alla seriosità.

Non si può restare per sempre bambini, sarebbe estremamente controproducente, ma la parte bambina di noi deve restare attiva per farci sentire “vivi”. Un adulto responsabile, ma capace di giocare a cuore aperto con i propri figli è il miglior genitore che un bambino possa desiderare.

Nel libro “Genitori al Contrario” introduco alcune efficaci modalità per connettersi al proprio Cuore (Sistema di Connessione Circolare al Cuore) e tra le varie strategie ho proprio indicato l’atto di GIOCARE. Puoi scaricare un estratto a questa pagina

Giocando in maniera spontanea (quindi non quando ci sentiamo sforzati a giocare solo per fare un piacere a nostro figlio), ci catapultiamo infatti in uno stato gioioso tipico di quando si è bambini. E’ come se tornassimo indietro nel tempo e facessimo riaffiorare il bambino o la bambina che siamo stati. In quel preciso momento il canale che ci connette al nostro cuore è aperto, permettendoci di entrare in contatto con il Cuore di nostro figlio. Non possiamo neppure immaginare quanto siamo vicini ai nostri figli in quel momento. La bolla che ci tiene addormentati nel nostro stato di adulti, spesso con i sensi molto affievoliti, in quell’istante svanisce. E siamo in contatto con la nostra vera essenza.

Ieri sera ho trovato un fantastico video su Facebook che desidero condividere con voi. Si tratta di un video in lingua spagnola che pubblicizza un’azienda di giochi educativi peruviana, ma il messaggio che manda ai genitori tocca davvero il cuore. L’ho tradotto e sottotitolato.

Vi consiglio di vederlo e di diffonderlo il più possibile ad altri genitori. Più genitori amorevoli si risveglieranno in questi anni e più bambini felici ci saranno in futuro, che a loro volta avranno dei figli…e la catena continua. I gesti di ognuno di noi creano circoli virtuosi per la vita di chi verrà in futuro.

Buona visione.

Daniela

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Se i sentimenti e le emozioni dei bambini venissero presi maggiormente in considerazione

Lettera alla mia maestra della scuola materna.

Se i sentimenti e le emozioni dei bambini venissero presi maggiormente in considerazione

 

Cara Maestra,

ti rivolgo ora queste parole. Ora che ormai ho 33 anni e 3 figli. Non ne avevo parlato quasi con nessuno prima di ora. E ancora mi fa male ripensare a quel giorno.

Avevo da un paio di mesi compiuto 5 anni quando mi affacciai per la prima volta al mondo della scuola. Sapevo che a mia madre era stato consigliato di farmi frequentare l’ultimo anno di materna in modo da soffrire meno l’inserimento alla scuola elementare l’anno successivo. Non ricordo nulla del primo giorno alla materna. Il vuoto. Non ricordo di avere trovato un accoglienza “materna”.

Ho un unico ricordo molto bello, quasi al termine dell’anno, di un lavoro di gruppo che mi aveva emotivamente coinvolto e che consisteva nel ritagliare immagini da alcune riviste e farne dei collage. Io avevo scelto elementi naturali: alberi, animali, fiori. Ricordo ancora di avere individuato come soggetto principale un bellissimo daino che mi aveva particolarmente affascinata.

Forse è stato l’unico momento piacevole che ho trascorso in quel posto che ricordo sempre molto buio. Gli altri ricordi che ho sono pessimi. Non mangiavo quasi nulla a scuola. Durante un pranzo iniziasti ad imboccarmi a forza, nonostante io non riuscissi a buttare giù il boccone. Ricordo ancora che era pollo con patate. Ad un certo punto vomitai tutto. Tu ti arrabbiasti a tal punto da portarmi in punizione.

Mi accompagnasti nel dormitorio e mi facesti sdraiare sulla mia brandina ordinandomi di dormire e mi lasciasti dentro da sola.

Ricordo la stanza, che agli occhi di bambina mi sembrava enorme. Con tante brande vuote. Sentivo gli schiamazzi e le voci degli altri bambini che giocavano fuori. E io piangevo, piangevo cercando di soffocare le lacrime nel cuscino. La stanza era buia, avevo tantissima paura. Chiamavo sommessamente la mia mamma mentre ero in preda alla disperazione. Non so quanti minuti passarono poi vidi la maestra di un’altra sezione che si avvicinò a me e mi chiese cosa era successo. Mi consolò e poi uscì. Poco dopo rientrò con i suoi bambini, era il momento della nanna per tutti. Entrarono anche i miei compagni da te accompagnati. Mi sentivo sollevata, perlomeno non ero più sola. Ma ero amareggiata e spaventata. Volevo la mamma. Le ore trascorsero e finalmente arrivò a prendermi mamma per portarmi a casa. A mia mamma raccontasti l’accaduto omettendo di avermi lasciato disperata e sola nel dormitorio.

Mia mamma ti disse di non costringermi mai più a mangiare, mi sarei regolata da sola.

Da quel giorno per me fu un incubo.

Non ero certo contenta di rivederti ogni mattina e trascorrere con te quasi l’intera giornata dopo che non avevo più fiducia nei tuoi confronti. Dopo che mi avevi fatto soffrire e che la tua collega, non aveva fatto nulla per aiutarmi. Io ero disperata, avevo paura. Mi sentivo terribilmente in colpa.

Ora ripensandoci vedo l’ingiustizia fatta nei confronti di una bimba, ma ti posso assicurare che mi sono sentita un verme in quel momento. Solo per aver vomitato. Ho pensato di aver fatto una cosa terribile e che mi meritassi quella punizione. Che non ero degna di stare tra i miei compagni. Che non meritavo di essere amata.

Ti sei chiesta cosa poteva passare nella mia testolina?

Ti sarai pentita nei giorni avvenire?

Non credo, visto che non hai mai fatto un gesto di affetto nei miei confronti. Nè a me, nè alla maggior parte dei miei compagni. Pochi avevano la fortuna di essere sotto la tua ala protettrice. Ho avuto per tanto tempo degli incubi in cui quella stanza del dormitorio diventava sempre più grande e la mia voce per chiedere aiuto, non usciva dalla mia bocca.

I mesi trascorsero e durante le vacanze ero contenta che di lì a poco avrei iniziato le elementari…perché avrei avuto delle nuove maestre!

A scuola mi impegnavo molto e avevo tanta voglia di imparare, ma ad un certo punto ritornò l’incubo. Non ricordo con esattezza da cosa venne scatenato, ma qualcosa mi riportò a quel giorno della materna. Sicuramente buona parte in questa situazione era dovuta all’ansia di separazione da casa, da mamma, il posto più sicuro e tranquillo dove stare. Mi sentivo insicura e non in grado di affrontare da sola le situazioni che mi si presentavano a scuola. Prendevo il pulmino per recarmi a scuola e nel tragitto da casa alla fermata del bus avevo tutte le mattine conati di vomito.

Ricordo ancora quando mi accasciavo verso il fosso accanto alla strada per vomitare. Era terribile.

Mia mamma mi consolava e mi incitava ad andare a scuola. Ma che altro poteva fare? D’altronde la scuola è obbligatoria. (ho scoperto poi che esiste l’educazione parentale, ma ne parlerò nei prossimi articoli)

“Ti vengono a prendere i carabinieri se non ci vai!” mi diceva mamma.

Io desideravo con tutta me stessa ritornare a casa, dove c’era anche il mio fratellino più piccolo. Tornare al sicuro nel mio nido.

Spesso anche a scuola stavo male, avevo delle fitte alla pancia fortissime. E le maestre chiamavano mia mamma per farmi portare a casa. Per fortuna grazie alla sensibilità della mia nuova maestra, che ancora incrocio per strada nel mio paesino, e che ricordo con molto affetto, nel giro di un annetto circa ho superato tutto. Avevo capito che mi potevo fidare di lei. Che avrei avuto sostegno da parte sua e che mai e poi mai mi avrebbe delusa e tradita con una punizione ingiusta e fatto vivere degli attimi di terrore. Lei era una figura che posso definire “materna”, dolce, disponibile, attenta ai bisogni dei suoi piccoli alunni e pronta ad accogliere le loro emozioni. Sono stata fortunata ad incontrarla, se avessi trovato una persona più severa e distaccata probabilmente il mio disagio non si sarebbe risolto da solo e in maniera spontanea.

Ti scrivo queste parole non con rabbia, ma con la speranza che negli anni avvenire il tuo modus operandi sia cambiato, perchè sono certa che non sono stata l’unica ad aver subito un trattamento del genere. Io che me ne stavo tranquilla in un angolo a giocare da sola, e zitta con la paura di dire qualcosa di sbagliato. Penso che con un pizzico di empatia in più da parte tua, non avrei vissuto così male quegli anni.

Se ti fossi messa per un istante nei miei panni, probabilmente le tue parole e le tue azioni sarebbero state altre.

Se avessi provato a pensare cosa provavo in quel momento, e che pensieri mi passavano per la testa, sono sicura che non lo avresti fatto.

Se mentre mi portavi nel dormitorio avessi immaginato che al mio posto ci fosse stata tua figlia, credo proprio che non mi avresti lasciata da sola a piangere disperata.

Una persona che è a contatto costantemente con dei bambini, deve avere per prima cosa rispetto di queste creature. Alla materna si è così piccoli, i bambini hanno bisogno di una figura dolce e amorevole come la mamma. Hanno il diritto di sentirsi al sicuro, di poter esprimere sé stessi. Di vedere accolte le loro paure, di sentirsi in un ambiente caldo e confortevole. Di sentirsi protetti e appoggiati da una persona di cui hanno totale fiducia. Che non li tradirà mai. Che non li derida. Che accetti sinceramente i sentimenti espressi dai suoi bambini.

Spero che con gli anni abbia fatto tue queste caratteristiche.

Una tua ex alunna.

Ho scritto questa lettera quasi 2 anni fa e l’ho ritrovata ieri fra i miei appunti.

In quel periodo ero all’inizio del lavoro su me stessa, e cercavo di capire da dove derivasse il mio essere costantemente “paladina della serenità dei bambini”. All’uscita da scuola, al supermercato, al parco giochi, mentre sono con i miei bimbi mi capita di osservare i bimbi con i loro genitori. Mi metto costantemente nei panni dei bambini e cerco di pensare a cosa provano in quel momento. Guardo la situazione dal loro punto di vista e mi accorgo di quanto le parole di un adulto spesso fanno male, o al contrario di quanto le parole e un atteggiamento corretto possano produrre gioia e armonia nel cuore del bambino. Tutto per loro è amplificato. Basta guardarli in viso, osservare l’espressione dei loro occhi.

Ho capito che quel che mi è successo alla materna mi ha lasciato una profonda ferita, oltre che a un grande senso di colpa. Ho trovato freddo ed esagerato il comportamento della maestra. Ha sfogato la sua rabbia, magari per il suo vissuto personale, su di me.

Sono consapevole però che da situazioni negative, nascono opportunità e stimoli per crescere. E anche se non lo avrei mai ammesso fino a qualche tempo fa, questo episodio mi ha portato ad essere la persona che sono e ad avere una particolare attenzione per le emozioni dei miei figli e a impegnarmi nel mantenere questa presenza costante.

Daniela

 

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QUELLO CHE CI INSEGNANO I BAMBINI: la gestione della rabbia attraverso la gioia

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Ecco come l’osservazione dei bambini può aprirci il cuore.

Sabato pomeriggio ero indaffarata perché avremmo avuto ospiti a cena. Durante la merenda, Gabriele, mio figlio di 4 anni e mezzo, rovescia l’ultimo bicchiere di succo di frutta sul tavolo. A questo punto Gabriele si arrabbia, vuole altro succo a tutti i costi e non vuole sentire ragioni, ma essendo finito non avevo modo di versargliene altro. Ha un forte attacco di collera, non ci sono parole che lo possano far calmare.

Questi sono i casi che il dott. Daniel Siegel, neuropsichiatra pediatrico americano, definisce come crisi di collera al piano di sotto del cervello in cui le aree inferiori del cervello, amigdala e tronco encefalico in particolare, prendono il sopravvento e non permettono che funzioni la parte superiore, quella razionale, costituita dalla corteccia celebrale in cui avvengono i processi mentali più complessi, come il pensiero e l’immaginazione.

Mentre la parte bassa è quella che potremmo definire più “primitiva”, perché composta da aree responsabili delle nostre funzioni di base, di reazioni innate e delle emozioni più animali e intense (come rabbia e paura) ed è presente e funzionante già dalla nascita, la parte alta è quella più “evoluta”, più complicata, che controlla il pensiero analitico e di ordine superiore, la capacità di controllare le emozioni, l’empatia, la comprensione di sé, la moralità, ecc., e che nel bambino è ancora in formazione e lo sarà per molto tempo.

Gabriele sempre in preda alla forte rabbia corre in camera sua, seguito da sua sorella Gaia e da me e mio marito Federico. Si mette seduto in un angolo con la schiena appoggiata al muro e puppetspaonazzo in viso urla e piange disperato. Mi avvicino, mi inginocchio e cerco di calmarlo con parole amorevoli. A quel punto Gaia (che vi ricordo ha 21 mesi), si abbassa leggermente e cerca il suo contatto visivo e dice: “Gabi, mani mani”, mentre prende le mani di Gabri con le sue manine piccine. Lo guarda ancora negli occhi e rimangono fermi per qualche secondo occhi negli occhi, mentre lei con la sua vocina dolce lo chiama semplicemente per nome.

Gabriele intanto ha smesso di piangere e urlare, guarda sua sorella e accenna un sorriso!

Gaia, lascia la stretta alle mani e lo abbraccia forte al collo. Poi gli da un bacino.

Gabriele si è calmato e si gode l’abbraccio di sua sorella. È piacevolmente sorpreso.

l-abbraccio-tra-bambiniMio marito ed io abbiamo assistito a tutta la scena in silenzio, ci siamo guardati ed entrambi avevamo le lacrime agli occhi osservando queste due meravigliose creature e la loro interazione guidata dal cuore. Inutile dire che in quel momento ho sentito il cuore scaldarsi. Vedere come una bimba di soli 21 mesi si è approcciata a suo fratello in difficoltà in maniera così spontanea e così amorevole, mi ha aperto il cuore. Non solo. È stata una grande lezione per me. Perché Gaia mi ha mostrato esattamente quello che avrei dovuto fare io, ma che non ho fatto perché quel pomeriggio la mia mente non era perfettamente presente, ma già orientata alla sera in cui sarebbero arrivati ospiti e il mio pensiero era rivolto al “mettere in ordine casa” e poco propenso a sentire empaticamente le emozioni dei miei figli.

Nei casi di collera come questa, il genitore deve accompagnare il bambino a ritrovare la calma stabilendo con lui un contatto emotivo. Esattamente come ha fatto Gaia dovrà:

Poiché in questi casi non vi è comunicazione tra parte alta e parte bassa del cervello è inutile cercare di farlo ragionare con la logica e la razionalità. Solo nel momento in cui si sarà calmato ci sarà modo e possibilità concreta di farlo ragionare sull’accaduto. Farlo quando le due parti del cervello sono in disintegrazione è come buttare benzina sul fuoco. Il risultato sarà di fomentare ancora di più la sua collera.

Ancora una volta grazie ai miei figli ho ricevuto una grande lezione di vita. E come sempre, la strada da seguire è quella del cuore!

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IL GIOCO DELLE EMOZIONI PER I BAMBINI!

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IL GIOCO DELLE EMOZIONI PER I BAMBINI!

Riconoscerle per saperle affrontare.

PROVALO CON I TUOI BIMBI!!!

Ieri pomeriggio a causa del brutto tempo, non potendo uscire all’aria aperta, siamo rimasti a casa a giocare.

Abbiamo tirato fuori le palline colorate dal cassettone della stanza dei bambini e abbiamo iniziato a giocare. Ad un tratto Gabriele si accorge che i colori delle palline sono esattamente come quelli delle sfere dei ricordi del film d’animazione, appena uscito al cinema, INSIDE OUT. Il colore di queste sfere è determinato dall’emozione ad essa associata.

Due parole sul film. Protagonista di Inside Out è la giovane Riley che, costretta a trasferirsi con la famiglia in una nuova città, deve fare i conti con le emozioni che convivono nel centro di controllo della sua mente e guidano la sua quotidianità. Queste emozioni sono: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto.

Ad ognuna delle 5 emozioni è abbinato un colore e alcune connotazioni fisiche tali da carpire le caratteristiche dell’emozione stessa. Vediamo nel dettaglio:

GIOIA: colore GIALLO. Ha le sembianze di una stella.

TRISTEZZA: colore BLU. Il suo aspetto fisico ricorda una lacrima.

RABBIA: colore ROSSO. E’ un vivido fuoco.

PAURA: colore VIOLA. Assomiglia ad un nervo .

DISGUSTO: colore VERDE. Assomiglia ad un broccolo.

Tornando al nostro gioco, Gabriele ha messo le 5 palline colorate in un contenitore grande di plastica per insalatapallinecolorate (che spesso utilizziamo per giocare) e le faceva girare all’interno compiendo un movimento rotatorio. Poi ne estraeva una e imitava con sguardo, postura e intonazione della voce, l’emozione corrispondente. Che splendida idea che ha avuto! A quel punto si è avvicinata a noi anche Giorgia che fino a quel momento stava giocando con le bambole.

Abbiamo giocato in questo modo per un po’, poi ho proposto ai bambini di bendarci e a turno estrarre una pallina. Dopo averla estratta i bambini pronunciavano il nome dell’emozione corrispondente e a quel punto facevo loro le seguenti domande in base alla pallina estratta.

Pallina GIALLA: Cosa ti rende felice?

Pallina ROSSA: Cosa ti fa arrabbiare?

Pallina BLU: Cosa ti rende triste?

Pallina VIOLA: Di cosa hai paura?

Pallina VERDE: Cosa proprio non ti piace?

 

Alcune delle risposte che hanno tirato fuori sono state:

GIOIA. “Sono felice quando mamma mi abbraccia”, “Sono felice quando c’è il sole”, “Sono contento quando papà è a casa con noi”.

RABBIA. “Mi arrabbio quando Gabri non mi fa giocare con lui”, “Mi arrabbio se Gaia mi prende i miei giochi”, “Mi arrabbio quando non c’è da mangiare quello che piace a me”.

TRISTEZZA: “Sono triste quando piove e non posso andare in bicicletta”, “Sono triste quando vedo in tv i bambini poveri”, “Divento triste quando penso a quando mi sono fatto tanto male”

PAURA. “Ho paura del buio”, “Ho paura quando vedo le macchine che vanno tanto veloce”, “Ho paura delle streghe”.

DISGUSTO: “Non mi piacciono gli spinaci”, “Non mi piacciono le persone cattive che rubano”, “Non mi piace la maglia che mi hai comprato”.

Abbiamo giocato per una mezzoretta e tirato fuori un bel po’ di situazioni e di emozioni.

Ho poi spiegato loro che come hanno potuto constatare siamo composti da tante emozioni, sia piacevoli che meno piacevoli, che si alternano in base alle situazioni che viviamo, ma che con un piccolo sforzo possiamo prendere in mano la situazione e non lasciarci sopraffare da esse, decidendo come vogliamo sentirci. Se per esempio siamo arrabbiati, è lecito esserlo, ma non è necessario crogiolarsi in questa emozione troppo a lungo, perché ci perdiamo il bello delle situazioni che vengono dopo. Ho continuato spiegando loro, nella maniera più semplice possibile, che con un bel respiro profondo e pensando a qualcosa di bello e piacevole, è possibile modificare o perlomeno migliorare il nostro stato d’animo.

Giorgia a quel punto mi ha detto: “Se sono arrabbiatissima con Gabri perché mi ha preso un gioco con cui stavo giocando, è inutile essere arrabbiati anche dopo, perché poi non riesco ad essere felice anche se mi ha ridato il gioco. Devo tornare di nuovo gialla (Gioia) subito!”

Brava Giorgia! Ha capito a volo!

Abbiamo continuato e ho chiesto loro (sempre spiegandomi con parole semplici e con esempi)che cambiamenti percepiscono a livello fisico quando provano una determinata emozione. Ho iniziato dalle emozioni negative per finire poi con la gioia e queste sono state le loro risposte:

TRISTEZZA. “A volte vengono le lacrime”.

“La bocca va in giù e anche gli occhi”.

“Mi sento moscio”.

RABBIA. “Faccio i pugni”.

“Mi viene la faccia brutta e rossa”.

PAURA. “Se ho tanta paura scappo. Oppure mi fermo e vorrei nascondermi”.

Il cuore batte forte, mi ricordo quando mi sono spaventato con i fuochi d’artificio.

DISGUSTO. “Se è una cosa da mangiare la allontano”.

“Faccio Bleah!”

Ho quindi chiesto loro di chiudere gli occhi e di pensare a quando si sono sentiti molto molto felici e di concentrarsi su cosa percepivano. Hanno così risposto:

GIOIA. “Sorrido, la bocca va in su”.

“Sono caldo, ma non come Rabbia, tiepido diciamo. E salto”.

Ho lasciato l’emozione “Gioia” per ultima in modo che, una volta finito il gioco, rimanesse loro una sensazione positiva.

Questo gioco delle emozioni è nato per caso grazie allo spunto che mi ha dato Gabriele, ma è stato un ottimo modo per spiegare ai bambini qualcosa in più sulle emozioni, per fargli capire che tutte queste emozioni fanno parte di noi e sono da accettare e conoscere al fine di raggiungere uno sviluppo mentale ed emotivo armonioso.

Come spieghiamo nel nostro libro “Genitori al Contrario” di cui puoi scaricare qui sotto l’anteprima gratuita Scaricaora un bambino che si conosce e conosce le emozioni è sicuramente un bambino più capace di provare empatia e di relazionarsi con gli altri in maniera positiva.

Provatelo anche voi con i vostri bambini!

Giocare con loro è sempre una fonte di crescita per noi genitori, un modo per conoscere in profondità i nostri figli e per conoscere meglio noi stessi.

Inoltre GIOCARE è una delle strategie che ho indicato nel libro “Genitori al Contrario” per connetterci al nostro cuore. Se poi il fulcro del gioco sono proprio le emozioni…non potremmo fare lavoro migliore!

A presto.

Daniela

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